“Insegnare l’italiano in un’ottica che valorizzi la lingua madre e quella veicolare”
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L’ingresso di tanti giovani provenienti da diversi Paesi che si sono trovati improvvisamente nelle nostre aule senza nessuna precedente esperienza di convivenza e di rapporto interculturale, ha creato non poche apprensioni al nostro sistema scolastico, uno dei più tradizionalisti d’Europa, con una gestione centralistica difficile da adattare a esigenze così diversificate, sia in termini di socializzazione che di qualità degli apprendimenti. Molti problemi di inserimento sono stati risolti con il contributo dei mediatori linguistici e culturali, che hanno cercato di avvicinare i nuovi arrivati e le loro famiglie alla complessa organizzazione scolastica, ponendosi innanzitutto la necessità dell’apprendimento della lingua italiana. Il primo impatto è stato a carico di docenti e mediatori, la burocrazia si è limitata a dirigere il traffico dell’accesso alle classi, senza sostenere il lavoro didattico, lasciando campo aperto agli enti ed alle comunità locali, che in alcuni casi aiutavano l’integrazione e in altri alimentavano il conflitto pregiudizialmente contrario all’immigrazione. È stato il primo ciclo ad essere più interessato all’ingresso degli alunni stranieri, perché gratuito e costituisce l’ossatura del sistema scolastico di base. Le superiori apparivano lontane dalle ambizioni di questi ragazzi, perché se in età adolescenziale avevano maggiore attenzione per un lavoro che potesse aiutare la famiglia anch’essa impegnata nel portare i soldi a casa, mentre la scuola dell’infanzia e i vari altri servizi, al momento a pagamento, non poteva interessare alle madri che curavano i loro bambini a casa. La scuola sul piano formale rimaneva inalterata, anzi si comportava in maniera intransigente verso questi nuovi cittadini che faticavano ad assumerne le sembianze e le finalità, ma all’interno delle aule era avvenuta la più grande delle riforme degli ultimi anni, quella del tentativo di formare una comunità che apprende, mettendo insieme provenienze e competenze così diverse; anche le classi degli italiani erano composte in maniera equieterogenea, ma sempre all’interno di un orizzonte culturale e sociale già formato, prima di tutto per le famiglie e per le comunità civiche.
Molti enti locali cercavano di costruire reti di supporto alle scuole per mettere in contatto le generazioni e le provenienze, ma molto tempo è passato prima che si prendessero provvedimenti a livello statale, come ad esempio istituire una classe di concorso per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, lasciando gli insegnanti soli di fronte all’emergenza che l’altra parte politica, quella della separazione, pensava rimanesse tale, mentre la situazione demografica del nostro Paese non può fare altro che far diventare gli immigrati una componente strutturale della nostra realtà sociale e produttiva. L’esperienza, accompagnata da una limitata ricerca sul piano culturale e didattico, ha fatto da guida al processo di integrazione, che progressivamente è stato riconosciuto di più ampia portata, sia per gli stranieri, sia per gli italiani. Le due suddette scuole di pensiero non hanno mai cessato di combattersi a seconda che la loro presenza fosse al governo degli enti locali o a quello nazionale, e mentre si notano positivi riscontri ad un approccio interculturale che mette in gioco la lingua italiana con quelle di provenienza, per migliorare la comunicazione e facilitare rapporti internazionali sempre più richiesti dalle famiglie e dalle economie locali e graditi dagli stessi studenti, ricompaiono gli specialisti di lingua italiana che dovrebbero intervenire a supporto delle difficoltà degli stranieri prendendo alunni da classi diverse per farne un unico raggruppamento di livello, che segue un insegnamento ritenuto più adatto per loro, che però rischia di essere una classe differenziale, che potrà personalizzare il curricolo ma potrebbe non arrivare ad un livello omogeneo.
È noto che il gruppo misto di italiani e stranieri ottiene dei buoni risultati sul piano della socializzazione tra i pari, ma è anche possibile una più proficua azione di intermediazione con le conoscenze relative all’ambiente per la promozione della cittadinanza e se ci fosse la necessità di intervenire su situazioni particolari si dovrebbe agire un po’ come i docenti di sostegno, assegnati alla classe. Per motivi sindacali poi gli specialisti sono impiegati solo nella scuola secondaria di primo grado dove rischiano una ulteriore frammentazione del curricolo e non nella primaria dove potrebbero, magari insieme alla lingua straniera, ricostituire il team docente con maggiore efficacia. Una tale situazione è confermata dalle prove Invalsi dove gli stranieri hanno un rendimento positivo nell’apprendimento della lingua inglese, non solo perché hanno alle spalle due lingue e, come sostiene lo stesso istituto, hanno più facilità di apprenderne un’altra, ma forse anche perché la stessa didattica della lingua inglese fa leva più su un approccio comunicativo che sulla riflessione sulla lingua, come invece avviene per l’italiano, oltre che magari per gli intervalli nei quali si pone la rilevazione, poco adatti al compimento del processo di integrazione degli stranieri. Allora se si vuole continuare su una metodologia interculturale, che sembra aver dato buoni risultati, e non regredire ad un approccio assimilazionistico, del “prima gli italiani”, occorre insegnare la lingua italiana in un’ottica interlinguistica, che valorizzi allo stesso tempo la lingua madre e quella veicolare, per una soluzione comunicativa dinamica, in continua ricostruzione e aperta ad una prospettiva internazionale e che vede una positiva ricaduta sul piano sociale di una pluralistica comunità territoriale. Gli stranieri sono in crescita sia come numero che come livello culturale e professionale e ci potremo trovare facilmente nella stessa condizione delle banlieue.
_Gian Carlo Sacchi







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