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Un altro modo di vedere il fenomeno migratorio: il rapporto Caritas-Migrantes

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Di rapporti che esaminano il fenomeno migratorio nel nostro Paese ce ne sono ormai tanti e tutti affrontano il problema dal punto di vista sociologico o economico, inclini a considerarlo con toni allarmistici o tutt’al più in termini di risorsa lavorativa, quando serve a soddisfare richieste di scarsa professionalità per attività che ormai più nessun italiano vuole intraprendere. La forza lavoro straniera infatti è la meno istruita, i laureati sono circa il 10%, c’è uno scarto comunque tra il titolo di studio posseduto e le mansioni ricoperte. Anche se i bambini sono perlopiù nati in Italia, i nuclei familiari rasentano una condizione di povertà, facendo torcere il naso a chi pensa alla ricchezza sottratta agli italiani; non parliamo poi della sfera religiosa dove prevale l’accusa di estremismo e di intolleranza, a fronte degli scenari internazionali, che stanno quotidianamente sotto i nostri occhi, presidiati da guerre e attentati.

Un’operazione verità è stata condotta dal rapporto Caritas-Migrantes, che si apre con l’affermazione che per il futuro dell’Italia non si può ignorare il contributo umano e culturale dei giovani di origine straniera, immigrati o nati in Italia da genitori stranieri. Parlare di loro in relazione alla speranza significa riconoscerne il potenziale trasformativo, nonostante le difficoltà che sono chiamati ad affrontare. La loro esperienza, si dice, è una narrazione di speranza che sfida stereotipi ed apre nuove prospettive, dargli spazio non è un favore ma un investimento, per connettere culture lontane e avvicinarle in un linguaggio comune. Con loro il futuro può essere diverso da come il passato lo immagina: nel 2025 gli immigrati, compresi profughi e sfollati, sono più del doppio del 1990 (304 milioni); una presenza sempre più stabile legata all’inserimento lavorativo e alla costruzione di percorsi familiari duraturi.

Oltre il 21% dei nuovi nati hanno almeno un genitore straniero; oltre 217.000 acquisizioni di cittadinanza sono stati registrati nel 2024. Nelle aree interne la loro presenza contribuisce a contrastare lo spopolamento e a mantenere vivi i servizi, oltre all’esigenza di garantire l’ingresso di mano d’opera indispensabile al sistema economico e produttivo altrimenti non reperibile: 2,5 milioni di occupati stranieri, cresce il loro ruolo attivo, soprattutto al nord del Paese. Il mercato del lavoro italiano mostra una certa dipendenza dalla mano d’opera straniera, anche se prevale la condizione di precarietà e aumentano i rischi professionali dovuti alle malattie usuranti, così come testimoniano i morti su lavoro. Si registra però una bassa partecipazione alle attività formative, e l’incidenza dei cittadini stranieri nella condizione di povertà è del 35%; il lavoro povero raggiunge il 24,7%. E’ importante per loro l’accesso al credito e l’inclusione finanziaria. Gli alunni stranieri sono l’11,5%, la maggior parte nati in Italia ma privi della cittadinanza formale; la presenza di questi alunni nelle classi italiane è un valore aggiunto, ma la politica ha alzato preoccupazioni e allarmi educativi e sociali in relazione a fatti di violenza che hanno come protagonisti ragazzi di origine straniera spesso minorenni. La scuola costituisce un riferimento imprescindibile nella costruzione dei legami sociali, nella moltiplicazione degli spazi e forme di interazione. Il 31,8% degli stranieri è in carcere, ma il rapporto con la criminalità è influenzato da condizioni sociali, economiche e giuridiche. Nel 2024 gli uffici di servizio sociale per i minorenni hanno preso in carico 5.100 minori stranieri (23%), con prevalenza di giovani provenienti dal nord Africa. Occorre affrontare, insiste il Rapporto, le cause profonde del fenomeno: povertà, esclusione, assenza di opportunità educative e lavorative. Le politiche di inclusione possono trasformare il malessere in opportunità di crescita. Un altro dato che di solito non è rilevato è il valore dello sport nelle situazioni multiculturali, anche se sono presenti ancora situazioni discriminatorie, per concludere con la considerazione dell’appartenenza religiosa quale stimolo per la riscoperta dei valori che diano senso alla propria esistenza, nonché una modalità per diminuire il tasso di conflittualità nelle relazioni e nella convivenza sociale.

Seguendo il filo conduttore di questo rapporto, si esce dall’anonimato statistico mettendosi dalla parte dell’accoglienza delle persone, esaminando i punti salienti dell’organizzazione sociale che possono favorire un rapporto positivo tra vecchi e nuovi cittadini alla ricerca di una comune prospettiva interculturale.

Gian Carlo Sacchi

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