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La parole “senza rancore” dei condannati a morte della Resistenza. L’omaggio di Cittacomune

L’associazione politico culturale Cittacomune dedica un incontro pubblico a un libro che non è solo una testimonianza fondamentale della lotta di Liberazione, ma raccoglie anche l’eredità morale di una generazione di giovani che ha sacrificato la propria vita per la libertà e la democrazia: “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” (a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli), edito da Einaudi già nel 1952. Abbiamo chiesto a Gianni D’Amo, qualche parola di presentazione dell’incontro in programma giovedì 11 dicembre (Piacenza, Serra Ghizzoni Nasalli, ore 17,30)

Il libro curato da Malvezzi e Pirelli contiene alcune testimonianze che, per profondità culturale e morale, meriterebbero ciascuna uno specifico incontro. Pedro Ferreira, giovane ufficiale di carriera che cerca di riannodare il percorso che dal Risorgimento conduce al Partito d’Azione; Eusebio Giambone, quarantenne linotipista comunista, già al fianco di Gramsci nella Torino dei Consigli; Leone Ginzburg, due figli piccoli e una appena nata, che scrive alla moglie Natalia «addolorato dalla facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali di fronte al pericolo personale»; il diciannovenne Giacomo Ulivi, che si interroga «per vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali»: non si dimentichi che sono messaggi estremi, scritti a poche ore dalla morte.

Ma la vera forza del libro sta nelle decine e decine di testi brevi o brevissimi: poche righe buttate giù in fretta e nell’incertezza che possano raggiungere i destinatari (la mamma innanzitutto, o la moglie o la fidanzata, o i compagni di lotta): spesso un pezzetto di carta affidato al cappellano o nascosto in un angolo di cella, scrivendo a volta da ammanettati, o con una punta di spillo sui calcinacci o sulla copertina di una Bibbia ecc. La maggioranza dei circa 200 condannati a morte sono operai e contadini poveri, spesso quasi analfabeti: colpisce sopra ogni altra cosa l’assenza di rabbia o rancore, la rivendicazione di essere stati dalla parte del bene, la richiesta di perdono per il dolore arrecato ai famigliari, la speranza di una nuova Italia.

«Ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere. Un grande bacione alla nonna e fate il possibile che non sappia mai niente. Per lutto portate un garofano rosso. Ancora pochi minuti e poi tutto è finito. Viva la Libertà. Vito.» (Vito Salmi, 19 anni, tornitore)

«Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su di noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.» (Albino Albico, 24 anni, operaio fonditore)

«Carissima famiglia, io mi trovo condannato con la mia pena di morte ormai il mio destino è questo fatevi tanto e tanto coraggio ormai è così e vi saluto tutti i miei genitori e mio fratello e sorella e parenti di farvi tanto e tanto coraggio. Vostro figlio Adorno. Aggiungo il mio termine che ho fatto una Santa Comunione. E vorrei la grazia di essere seppellito al mio paese con un bellissimo trasporto.» (Adorno Borgianni, 19 anni, contadino)

Giovanni Mambrini, 21 anni, panettiere, nato a Castellarquato, scrive alla «Mia Adoratissima Mamma e Fratelli» … «Salutatemi tutti i vicini e miei clienti diteglielo che hanno perso un caro e bravo Bruciapane. Baci a tutti Gianni.» Una seconda lettera è agli amici: «oggi stesso sono andato al tribunale dei Signori Fascisti, ma non dovete allarmarvi che vi dico che mi hanno condannato a morte assieme al caro Oscar e altri amici. La nostra sentenza al tribunale ossia il processo è durato forse 20 minuti … Amici leggete queste parole vi parlano due morti perché tra un’ora la nostra sorte, ci attende nel Regno del Signore. Fatevi coraggio e rammentatevi che dal cielo siamo orgogliosi di sentir parlare da voi il nostro nome. Saluti a tutti e un forte abbraccio vostro caro Gianni Mambrini e Oscar Porta. Ho firmato anche per Oscar che non è tanto capace di scrivere, di nuovo baci e andate a trovare mia madre che ha bisogno di conforto. Sempre alto il morale!» (Giovanni Mambrini, 21 anni, panettiere)

Piero Calamandrei – conclude D’Amo – lo qualifica come «libro-testamento della Resistenza»; Beppe Fenoglio, il laicissimo e antiretorico Fenoglio, nell’inviare a Einaudi per la pubblicazione l’ultima lettera del suo compagno partigiano Dario Scaglione (Tarzan), lo chiama «il libro sacro». Piergiorgio Bellocchio lo ricorda come il libro «che già nei primi anni cinquanta mi commosse, esaltò e rese combattivo (mi fornì una causa, mi permise di superare scetticismo e cinismo)»: le Lettere di condannati a morte della Resistenza è il «grandissimo quadro realistico dell’Italia di allora… non sono testimonianza di un’armata, di un esercito, di un partito, ma precisamente di un popolo, di una società».

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