“Quella biografia involontaria di una generazione, protagonista morale dell’Italia”
“Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, Gianni D’Amo: “biografia involontaria di una generazione, nuova protagonista morale del Paese”.
«Dalle mie prigioni vi scrivo.
Carissimi familiari, vengo a voi con queste mie ultime parole, facendogli sapere che sono condannato a morte, ma non disperatevi per me. Speriamo che tutto vada bene, se non va bene va male. Cara mamma, se anche muoio io ti resta lo stesso altri quattro leoni, niente da fare così è il destino. […]. Un’idea è un’idea e nessuno la rompe. a morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. Un saluto a Natale tomba e a sua moglie Gigia e ai padroni.»
Piene d’amore e di una forza morale che non conosce sconfitta, sono le ultime parole scritte dal partigiano veneto Luigi Ciol, soprannominato “Resistere”: una delle tante vittime condannate a morte dai fascisti durante la lotta di Liberazione. La sua testimonianza, insieme a quella di molti altri compagni accomunati dalla stessa sorte, è raccolta nel volume intitolato: “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana “, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli edito da Einaudi già nel 1952. Presentato da Gianni D’amo, il testo è stato al centro di un incontro promosso dall’associazione politico culturale Cittàcomune nei giorni scorsi.
“Questo libro è una sorta di autobiografia involontaria fatta di testimonianze estreme – ha spiegato D’amo -, chi scrive è consapevole di dover morire e non sa nemmeno se i propri cari riceveranno quelle ultime parole”. Poi una nota sociologica sulla composizione dei defunti. “Tra le pagine si incontrano una decina di intellettuali – dice – tra cui, per esempio, Leone Ginzburg, o Giacomo Ulivi, geniale studente di 19 anni che riflette sulle responsabilità collettive che hanno reso possibile la vittoria del fascismo. Qualche alto ufficiale, alcuni esponenti della borghesia, ma la maggior parte dei condannati appartiene al ceto più basso della popolazione: 98 sono operai e 15 contadini, poco più che analfabeti. A emergere è quindi un ritratto vivissimo e corale della classe umile, che, con la Resistenza, smette di essere subalterna e conquista per la prima volta nella storia un ruolo di protagonista morale e politica del Paese. Giovani e meno giovani, sono soprattutto gli ultimi con le loro scelte e le loro azioni, a dare uno spaccato autentico dell’Italia di quegli anni”.
«Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti, muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa. Il sole risplenderà su di noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.» (Albino Albico, 24 anni, operaio fonditore). Come si vede anche qui, nonostante e oltre la morte in molte lettere domina la speranza di un futuro luminoso, la consapevolezza di aver agito dalla parte giusta e la fiducia che il bene trionfi a breve sul male. Pochissime invece le missive in cui viene invocata la vendetta, quasi sempre subordinata a rivendicazioni morali. “Filo rosso delle testimonianze raccolte è la disposizione a «morire per un’idea» – ha sottolineato D’amo -, ma la Resistenza unisce al suo interno anime e ideali differenti: religiosi, comunisti o monarchici che siano. Centrale anche l’idea di Patria, spesso accostata alla figura protettiva materna. «Carissimi, sono morto, credo facendo il mio dovere fino all’ultimo, avrei desiderato continuare a servire la mia Patria ed il mio Re ma sono contento di aver donato alla Grande Madre il mio corpo, come donai a te Mamma la mia anima Immacolata.» (Domenico Quaranta, 25 anni, studente in giurisprudenza e Tenente di complemento dell’Esercito. “Moltissime poi le comunicazioni brevi e fortunose, In cui prevale la preoccupazione che i parenti non trovino la salma e non possano attingere ai pochi averi delle vittime; o l’incertezza che il commiato giunga ai destinatari. Poche parole scritte velocemente, a volte ammanettati, nascoste nell’angolo di una cella o affidate ad un cappellano”.
In chiusura della rassegna ritorna la celebrazione del coraggio di chi scrive, una forza capace di anteporre fino all’ultimo istante i propri ideali e i propri affetti alle atrocità subite. «Amici cari, il mio ultimo desiderio che vi esprimo è di farvi coraggio e di non piangere; se mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque su coraggio, combattete per un’idea sola, Italia Libera.» (Duo Amerigo, 21 anni, meccanico. lettera ai compagni del partito d’azione) «Cara mamma, tu sii sempre allegra e non pensare a me. Mi raccomando, sii sempre allegra.» (Franco Cipolla, 20 anni, pasticcere)”. “Con questo breve excursus spero di essere riuscito a dare almeno un assaggio della capacità di questo libro di consegnare al lettore che cosa è stata la Resistenza, con la sua eredità popolare, morale e sociale prima ancora che politica e militare – ha concluso il presidente di Cittàcomune -: un fenomeno composito di minoranza diventato una pagina fondamentale del Novecento italiano”.
Micaela Ghisoni



