L’islam e il valore educativo della religione a scuola. L’intervento
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Oltre alla paura degli immigrati e della sostituzione etnica, certa retorica politica si spende a segnalare il pericolo dell’islamizzazione, del tentativo che verrebbe messo in atto da parte della popolazione di fede musulmana di colonizzare la nostra società, ma soprattutto di entrare nelle scuole e nei luoghi nei quali è più delicata l’azione formativa, con intenti di proselitismo. La polemica si sviluppa nei confronti di esponenti della religione islamica che prendono parte ad iniziative culturali e didattiche, ma anche a certe decisioni assunte da dirigenti e docenti atte a considerare le feste religiose nell’ambito della flessibilità organizzativa delle scuole stesse: il periodo del ramadan ad esempio mobilita le autorità di vigilanza sul calendario scolastico, anche oltre le proprie competenze, in quanto tali scelte rientrano nell’autonomia dei singoli istituti e del loro personale.
Certi zelanti politici sollevano interrogativi sulla legittimità di tali interventi all’interno dell’istruzione pubblica, e qui il discorso si fa più ampio e coinvolge le varie espressioni religiose e la loro presenza nell’ambito dell’azione educativa. Il dibattito ha riguardato in tempi recenti la presenza o meno delle religioni in una scuola definita pubblica, che deve ammettere tutti e quindi non può prendere parte per l’una o per l’altra religione. La Costituzione è per il pluralismo scolastico, compreso quindi anche la scuola islamica, che a sua volta potrebbe chiedere la parità, mantenendo la propria identità, pur assoggettandosi alle norme dello Stato. La religione comunque ha un valore educativo e quindi non può essere esclusa dal curricolo scolastico; oggi nelle scuole sempre più multietniche la presenza di più riferimenti religiosi è un’occasione formativa che aiuta la conoscenza, la socialità, la crescita pluralistica dei giovani. Anche nel Concordato tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica, che prevede la presenza della religione, a richiesta, nelle scuole pubbliche, l’approccio formativo è aperto al dialogo ed alla cultura interreligiosa, e la frequenza di tale religione è domandata anche da parte di appartenenti ad altre confessioni che vogliono vedere considerata tale dimensione nel progetto di istituto in una gestione veramente pluralistica.
A tal proposito, infatti, non è molto condiviso l’insegnamento concordatario, in diversi vorrebbero una materia scolastica fondata sulla cultura (inter)religiosa, com’è presente in altri Paesi europei, che comprenda quindi anche l’islam, e che faccia finire i conflitti sull’uso dei simboli religiosi: crocifisso, presepio, ecc.. Forse il calo progressivo delle richieste di religione cattolica potrebbe convincere a virare in tal direzione; una materia curricolare di questo tipo potrebbe andare oltre il consenso informato da parte delle famiglie per attività considerate extracurricolari ed evitare la preoccupazione politico-burocratica di prevedere iniziative con contraddittorio, come indicato in una nota ministeriale a proposito di attività “sensibili” per la comunità scolastica. Da ricerche condotte in Germania, dove vivono quasi due milioni di turchi, si scopre che il 90% di loro è convinto che la democrazia sia la miglior forma di sistema politico ed apprezza i principi fondamentali contenuti nella costituzione tedesca. Se si facessero tali analisi anche in Italia magari si vedrebbero confermate le stesse opinioni, anziché aspettare fino a 18 anni, in corrispondenza del conferimento della cittadinanza, per vedere il loro atteggiamento nei confronti della nostra costituzione e quindi poter maturare nel corso dell’adolescenza e della giovinezza un cammino più proficuo per l’integrazione. Uno studio del fondo delle nazioni unite per la popolazione prevede che di qui al 2050 l’Europa avrà bisogno di 159 milioni di immigrati. Se consideriamo che la maggior parte di questi sarà di religione islamica, fra 50 anni il 30% della popolazione europea potrà essere musulmana; dunque il problema dell’integrazione di questi futuri cittadini c’è e su questo deve agire sicuramente la scuola.
Ma ciò non vuol dire che in Italia e in Europa occorra perpetuare la scuola dei genitori, in quanto è un’illusione pensare che l’immigrato tornerà un giorno nelle sue terre e i figli ancor più dei genitori manifestano il desiderio di rimanere laddove sono cresciuti, in un contesto di laicità accettata, evitando un certo rischio di radicalizzazione del dibattito. La crescita dei ragazzi vuol dire metabolizzare l’integrazione e non l’appartenenza ad una società chiusa al mondo esterno e frequentare una scuola diversa da quella dalla maggioranza significa creare dei ghetti più o meno privilegiati. Compito dello Stato è salvaguardare l’unità e la convivenza e quindi tutelare tutte le confessioni religiose e le visioni del mondo che si esprimono all’interno della comunità civile; alla scuola spetta il compito di promuovere competenze nella pluralità delle esperienze religiose. Tutti i sistemi scolastici contemporanei si presentano sempre più come reti, dove scuole statali e non rappresentano anelli di un servizio ugualmente pubblico. La scuola deve divenire uno spazio di pluralismo in cui si apprende a dialogare sui significati che le persone delle diverse religioni o culture attribuiscono ai rispettivi segni per poter condividere valori universali, un luogo di confronto in cui le differenze sono ripensate insieme quali occasioni di mobilità e trasformazione dei profili di appartenenza delle famiglie migranti.
Il principale obiettivo che si pongono i giovani musulmani (1) è quello di creare un senso di appartenenza europeo tra i giovani stessi, armonizzare la religiosità islamica con la vita della società italiana nella quale sono nati e cresciuti e valorizzare il territorio in cui vivono. Un problema di tradizioni interpretative dell’islam che per molti giovani appaiono obsolete, troppo rigide e conservatrici, per cui una parte di loro ha abbandonato le moschee (non è molto diverso da quello che accade a diversi giovani italiani di tradizione cattolica). Si tratta di una reinterpretazione continua che legittima nuovi spazi di autonomia per i giovani, portata avanti da una classe media musulmana per la quale la religiosità islamica non è vissuta come un rifugio identitario, ma come una risorsa alla partecipazione sociale. Il clima di islamofobia perpetrato da certa politica non favorisce l’autocritica, ma spinge su posizioni difensive. L’islam non riguarda più solo gli immigrati ma diventa italiano.
A ricercare i fondamenti del pensiero educativo e della pedagogia islamica nella società occidentale ci ha pensato Francesca Bocca-Aldraqre, direttrice del centro Averroè di Piacenza con un agile volume utile per chi accoglie e per chi desidera approfondire come l’islam si rapporta con le scienze dell’educazione che vengono praticate nel nostro Paese, edito dalla cattolicissima Studium (2). Ha presentato l’influenza del sistema educativo islamico su quello occidentale e il clima di permeazione tra le due culture. La centralità del bambino nel progetto educativo richiede una collaborazione tra natura e cultura per favorire la crescita ed il raggiungimento della piena potenzialità del bambino stesso. La metodologia pedagogica della comunità islamica è caratterizzata da una profonda stima nei riguardi del lavoro dell’insegnante dalla quale deriva la necessità di un’assoluta considerazione e devozione di questi verso la conoscenza ed i suoi studenti. Nella società post-moderna in cui viviamo l’obiettivo dell’educazione è realizzare il pieno potenziale del bambino: intima connessione tra contenuto dell’insegnamento e ideale antropologico. Non si tratta tanto di istruire ai principi della religione, ma munire i giovani di una solida base culturale per adempiere agli obblighi intellettuali e migliorare la capacità di pensare. Creare un sistema che dedichi attenzione adeguata anche all’istruzione religiosa per mantenere vivi i valori culturali, mentre allo stesso tempo fornisca competenze e abilità che permettano agli studenti di diventare parte attiva di Paesi che si sviluppano e si modernizzano. Viene abbandonato il termine islamizzazione dell’educazione per andare verso un’armonizzazione.
Gian Carlo Sacchi
(1) Annalisa Frisina: Giovani musulmani d’Italia; Carocci, 2007
(2) Francesca Bocca Aldraqre: Un Corano che cammina; Studium, 2018




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