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In 5 anni 31 casi di caporalato a Piacenza “Fenomeno diffuso non solo in agricoltura”

Mettere insieme voci, competenze differenti per far aumentare la consapevolezza attorno ad un fenomeno, la schiavitù moderna legata allo sfruttamento del lavoro, che è presente anche in una realtà come Piacenza. Un fenomeno la cui complessità richiede un approccio multilaterale e, soprattutto, che nessuno chiuda gli occhi. È questo, in estrema sintesi, il messaggio al centro del convegno – a cui hanno preso parte 120 studenti dell’istituto Romagnosi – ospitato in università Cattolica del Sacro Cuore come momento pubblico di presentazione di EVOLVE, ricerca co-finanziata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano e Università.

progetto Evolve

“Una ricerca – ha sottolineato il docente associato di economia aziendale e responsabile scientifico del progetto Riccardo Torelli – che mira a creare consapevolezza e conoscenza a 360 gradi. Solo affrontando il problema in tutti i suoi aspetti è possibile mettere in atto azioni di contrasto e prevenzione”. Tra gli aspetti, forse meno noti, messi in luce da EVOLVE il legame tra sfruttamento del lavoro e insostenibilità ambientale. “Spesso – ha fatto notare Torelli – chi sfrutta i lavoratori è anche chi inquina di più”. Sfruttamento che provoca degrado ambientale, il quale incide a sua volta negativamente su tutta la casa comune che è il tessuto sociale. Circoli viziosi che si autoalimentano e di cui è necessario spezzare le catene. Per farlo, ha sottolineato il prorettore dell’università Cattolica Anna Maria Fellegara, è necessario “essere pienamente consapevoli che il problema ci riguarda direttamente e per questo c’è anche un livello di responsabilità individuale che ci invita a non voltarci dall’altra parte quando intercettiamo questi lavoratori e lavoratrici. Solo così possiamo iniziare a costruire azioni che facciano emergere il sommerso e aiutino a spezzare quest’invisibilità”.

Per comprendere i risvolti e le implicazioni di un fenomeno così complesso il convegno, aperto dai saluti del preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’ateneo piacentino Marco Allena ha chiamato a confronto diverse voci. Il procuratore capo della Repubblica Grazia Pradella ha acceso un faro sui 32 procedimenti che dal 2021 ad oggi hanno alzato il velo sul caporalato a Piacenza. “Un fenomeno fortemente connesso all’immigrazione” ha specificato Pradella. “La non conoscenza della lingua – ha aggiunto – è il primo step che far sì che il lavoratore si trovi isolato in una bolla. Al tempo stesso per noi è difficile trovare interpreti per poter comunicare con questi lavoratori”. Secondo Pradella “lo sfruttamento del lavoro è ben presente e in forma grave anche a Piacenza sia a livello di lavoratori agricoli che anche del settore terziario e industriale”. Parole avvalorate dalla testimonianza di Alberto Gardina, direttore dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Piacenza. “Cosa possiamo fare? – si è chiesto Gardina -. Dobbiamo aumentare la fluidità delle informazioni. Siamo ingessati, occorre un’organizzazione diversa”. “Facciamo orari da impiegati ma il lavoro nero non si ferma nemmeno la domenica. Dobbiamo acquisire più propensione operativa e meno burocratica. Dobbiamo velocizzare le pratiche e perdere invece più tempo per ascoltare i racconti delle persone”. Chi i racconti delle persone li ha ascoltati sono stati i partecipanti al tavolo Common Ground che a Piacenza, ha testimoniato l’assessore alle politiche sociali del Comune Nicoletta Corvi, ha riunito le anime del tessuto economico, sociale per contrastare fenomeni di sfruttamento del lavoro. “Il primo passo – ha detto Corvi – ancor prima che gli accertamenti penali, è quello più difficile e cioè conquistare la fiducia di queste persone, accogliere i loro racconti per poi mettere in campo tutto ciò che come ente locale possiamo fare per prevenire lo sfruttamento”.

A spiegare i risvolti di una tematica così complessa, sono intervenuti anche Francesco Centonze, Professore ordinario di Diritto penale, Nicolò Rossi, Ricercatore di Diritto del lavoro e Barbara Barabaschi, Professore Associato di Sociologia del lavoro. Tra gli aspetti evidenziati da Centonze vi è stata la difficoltà di imputare responsabilità nei casi in cui si parli di grandi imprese. “Si entra in un campo difficile, in cui rintracciare responsabilità è molto complicato”. Il professore ha invitato a un “ripensamento complessivo, che parta dall’interrogativo sul modo di produrre e sul coinvolgimento dei consumatori”. A Rossi il compito di accendere un faro sul ruolo dei sindacati, sulla progressiva diminuzione del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e di rappresentanza degli stessi imprenditori, con conseguente indebolimento della capacità di tutela dei lavoratori. Barabaschi ha puntato l’attenzione sulle possibili forme di “cooperazione territoriale per fornire quei servizi che consentono a imprese e lavoratori di non cadere nell’informalità”.

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