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Non bombardate Gossolengo! La stella dipinta col gesso in piazza per avvisare gli Alleati
Covati e altri partigiani a Gossolengo nella primavera 1945 (Archivio Croce)

A soli 17 anni Agostino Covati visse alcune vicende cruciali della nostra storia, quelle della Liberazione dell’Italia e di Piacenza dai nazifascisti. Scomparso nel 2022, Covati è stato partigiano in Val Trebbia e dopo la guerra imprenditore ed esponente politico della Democrazia Cristiana. I suoi ricordi del 25 aprile 1945 e dei giorni immediatamente successivi sono ancora vividi nel libro di memorie “L’arma aerea dei partigiani di Fausto – Memorie di Resistenza e di vita di Agostino Covati” curato da Romano Repetti, edito da Officine Gutenberg. Eccoli.

Verso il 25 di aprile noi uomini della VII Brigata scendemmo tutti verso Piacenza. Io ero con Italo e la sera dovevamo partecipare a un incontro dei comandanti di brigata della Divisione Piacenza in una casa della zona di Santa Franca, la casa di campagna della famiglia Cantù. Ma, gira e rigira, non trovammo il posto. A un certo punto, mentre stavamo scavalcando una siepe, Italo, non so se per scherzo o perché era nervoso, mi diede una forte manata sulla fronte. Io mi arrabbiai e scappai via fino a ritrovarmi da solo nei pressi di Gossolengo. Vi incontrai i partigiani di Muro e mi unii provvisoriamente a loro. Così il giorno seguente partecipai con Muro, con alcuni comandanti di brigata e con Fausto a una riunione a Gossolengo, nelle scuole elementari, durante la quale si decise come distribuire e dislocare le forze disponibili della Divisione per l’avvicinamento e l’ingresso a Piacenza. A quella riunione era presente anche un maggiore dell’aeronautica militare italiana, Mario Mauro, un sardo che avevo già conosciuto a Bobbio; era infatti imparentato con la famiglia Olmi, che annoverava un generale nei ranghi dell’esercito italiano. Mauro dopo l’8 settembre si era rifugiato a Bobbio, non aveva aderito alla Repubblica di Salò ma non si era neanche unito a noi partigiani. Ora che eravamo prossimi alla fine della guerra e alla vittoria dei partigiani, lo ritrovavo lì a Gossolengo in veste di ufficiale di collegamento e con la pretesa di dare disposizioni su come noi partigiani dovevamo organizzarci e muovere nell’ultimo attacco ai nazifascisti. Ci diede comunque un’indicazione che probabilmente si rivelò utile. Ci disse di dipingere nella piazza di Gossolengo davanti al municipio una grande stella bianca: avrebbe indicato, ai piloti alleati che in quei giorni passavano a bassa quota sul territorio piacentino buttando bombe e mitragliando, che quello era un centro controllato dai partigiani. Facemmo fatica a trovare il gesso necessario ma alla fine riuscimmo a dipingere la grande stella bianca, e in effetti Gossolengo fu risparmiato dagli aerei alleati.

Agostino Covati Covati in piazza Cavalli durante una cerimonia del 25 aprile

Il giorno dopo, 26 aprile, partecipai con una squadra al comando di Muro all’avvicinamento a Piacenza. Di quella giornata ricordo in particolare un episodio. Eravamo giunti all’incirca dove l’attua le via Pietro Cella s’incrocia con la strada della Raffalda, nei pressi di una grossa casa d’abita zione isolata, perché la zona era ancora rurale, quando scorgemmo arrivare dalla città un’auto blinda tedesca scoperta. Entrammo precipitosa mente nella casa e salimmo al piano superiore; attraverso le finestre vedemmo che l’autoblinda, su cui era piazzata una mitraglia, e i soldati che la occupavano erano a nostro tiro; io avrei volu to sparare ma Muro mi fermò; meglio non dare segno della nostra presenza, disse, sarebbe stato da stupidi rischiare di farci ammazzare proprio mentre la guerra stava finendo con la sconfitta della Germania nazista e dei fascisti. Così l’auto blinda non si accorse di noi e girò indietro. Qual che minuto dopo però arrivò alle spalle di una pattuglia di partigiani che erano già penetrati fino a Barriera Genova, nei pressi della Casa Balilla (l’attuale Liceo Scientifico Respighi): due partigiani vennero uccisi sul colpo, altri tre feriti mortalmente: recuperati dai compagni moriranno nei giorni seguenti.

Ricordo inoltre un episodio del giorno successivo, il 27 di aprile. Mi ero ricongiunto con Italo e i partigiani della VII e stavamo nei pressi dello stabilimento Carenzi in via XXIV Maggio, non lontani dal muro che circondava e circonda tuttora l’arsenale militare. Nel giardino annesso alla fabbrica piazzammo un mortaio; lo manovravano dei miei compagni ex alpini della Monterosa esperti in materia. Su un traliccio metallico, che era l’unica struttura rimasta in piedi di un vicino capannone del Consorzio Agrario demolito dai bombardamenti, salì Dan (Sergio Podesta) che era il commissario della Divisione partigiana Val Nure, arrivato anche lui lì con una sua squadra. A un certo punto ci gridò che stava avanzando verso di noi un carrarmato nemico e ci diede indicazione dell’approssimativa distanza. I mortaisti regolarono l’alzo del loro pezzo e spararono una granata nella direzione indicata. Ma poco dopo il grosso veicolo cingolato e corazzato arrivò tranquillamente presso la nostra postazione: non era un mezzo nemico ma il primo carrarmato dei nostri alleati che incontravamo. L’equipaggio era costituito da militari brasiliani. Credo che non si fossero nemmeno accorti del colpo sparato verso di loro dal nostro mortaio, perché ci salutarono festosi e ci buttarono qual che pacchetto di cioccolata. Passammo quella notte ancora ai margini del la città, nella zona di Santa Franca.

Agostino Covati Covati giovane partigiano

Al mattino presto del 28 di aprile avanzammo verso il centro. Noi della VII Brigata, secondo gli ordini ricevuti in precedenza, ci recammo con Italo a prendere possesso della Questura in via San Giovanni. Successivamente io, Tom e altri ci spostammo a presidiare la vicina Piazza Borgo. Nei giorni seguenti venimmo utilizzati per dare la caccia ai cecchini. Il mio gruppo non ne scoprì nessuno; ma in una casa che perquisimmo mi capitò di trovare, stesa sul letto di una camera, una divisa fascista nel cui taschino trovai il documento d’identità di un mio compagno di scuola, fascista fino alla fine, e che prima del nostro arrivo era evidentemente fuggito da casa e si era nascosto da qualche altra parte. Mi pare si chiamasse Anfuso.

Tratto da “L’arma aerea dei partigiani di Fausto – Memorie di Resistenza e di vita di Agostino Covati” a cura di Romano Repetti (edizioni Officine Gutenberg, luglio 2023). 

Agostino Covati era originario di Bobbio e diventò partigiano giovanissimo, ancora studente, unendosi alla settima brigata di Giustizia e Libertà comandata da Italo Londei. Fu furiere del comando della Divisione collocata alla cascina Sanese tra la Val Trebbia e la Val Luretta. Dopo la battaglia di Monticello del 14 aprile 1945, in seguito all’uccisione del commissario politico Gino Cerri, prese il suo posto acquisendo un ruolo di grande rilievo in giovanissima età. Dopo la fine della guerra Covati si divise tra l’attività di imprenditore e la miltanza politica nelle fila della Democrazia Cristiana, dove ricoprì il ruolo di consigliere regionale negli anni ’70. Ci ha lasciato nel giugno del 2022 dopo aver ricoperto la carica di presidente onorario dell’Anpi di Piacenza.