80 anni fa sbocciò la democrazia. Nel libro di Repetti gli eletti del primo voto dopo la guerra
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Chi sono i protagonisti della prima stagione della democrazia a Piacenza? Chi prese le redini del governo locale nei comuni dalla fine dell’aprile del 1945, subito dopo la Liberazione dal nazifascismo, fino alle prime elezioni libere in cui poterono votare anche le donne del marzo del 1946 e al successivo referendum sulla monarchia del 2 giugno? Sono le domande a cui risponde il nuovo libro di Romano Repetti, edito da Officine Gutenberg, “Piacenza dalla Liberazione alla Repubblica”, in uscita nei prossimi giorni. Non solo la ricostruzione storica di quella breve ma cruciale stagione di rifondazione su basi nuove, quelle dei valori della Resistenza, della democrazia, ma anche la raccolta – con nomi e dati biografici – di tutti gli amministratori locali che per primi si assunsero l’onere di restituire dignità alle istituzioni dopo la dittatura e la guerra. Il libro verrà presentato alla Cappella Ducale di Palazzo Farnese il prossimo 27 maggio alle ore 17 (SCARICA L’INVITO).
In questa intervista l’autore spiega perchè quei mesi furono così importanti per la rinascita dell’Italia e di Piacenza.
Questo nuovo libro racconta una stagione molto particolare, la nascita della democrazia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale…
Parla di un passaggio storico che non è molto noto ai piacentini, ovvero quello che è accaduto subito dopo il 28 aprile 1945, la liberazione della città da parte dei partigiani quando ha cessato l’occupazione tedesca e anche il regime fascista. E quindi ci trovammo nell’urgenza di costruire il nuovo sistema democratico. In che modo è avvenuto questo? Chi sono i protagonisti di quella stagione? Teniamo presente che era una fase difficilissima perchè erano ben presenti tutte le conseguenze materiali del conflitto, come la fame, la miseria diffusa, i servizi pubblici erano bloccati, i ponti e le altre infrastrutture distrutti. Chi assunse la responsabilità allora furono gli antifascisti.

Quali erano le cose più urgenti da fare?
Occorreva fronteggiare tutte le emergenze del dopoguerra e allo stesso tempo avviare la costruzione di un nuovo sistema democratico. Rifondare istituzioni i cui vertici fossero finalmente espressione del popolo, eletti dal popolo. Un dettaglio storico poco noto di questo periodo è che a Piacenza, già dal 30 di aprile, si era insediato il Commissariato dell’amministrazione militare alleata. In base all’armistizio siglato dal governo Badoglio, questo organo era chiamato ad assumere il governo locale alla liberazione di un territorio. In realtà a quello alleato si affiancava un altro organismo espressione della della lotta di Resistenza, il Comitato di Liberazione Nazionale, formato da rappresentanti di tutti i partiti politici che in quella fase lavoravano assieme con grande spirito unitario.

Come hanno convissuto questi due organismi?
Il Commissariato alleato si rese conto che per normalizzare la situazione postbellica doveva avvalersi della collaborazione del Cln. Soprattutto nella nomina del primo sindaco, del presidente della Provincia, e nei vari comuni, e pure del questore, sarebbe stato fondamentale scegliere tra le persone indicate dal Cln. Quindi che godessero della fiducia dei cittadini, che fossero espressione di questa fase nuova. Questa collaborazione si è attuata in maniera positiva.
Nel tuo libro si trovano anche i nomi, corredati da piccole biografie dei primi amministratori locali. Ci dai l’identikit, chi erano e quale estrazione sociale avevano?
Erano personalità di vario tipo. C’erano i vecchi antifascisti che erano stati la guida dal punto di vista politico del movimento di resistenza e che costituivano appunto il Cln. Va detto che in quella prima fase dopo la fine della guerra, dopo 23 anni di fascismo e l’assenza delle elezioni locali dal 1920, mancavano quadri politici amministrativi. I partiti, comunisti, socialisti, democratici cristiani, liberali, si erano ricostituiti, ma non erano presenti capillarmente in tutto il territorio. E quindi le persone indicate per dirigere i comuni assai spesso erano scelte tra i notabili locali. In alcuni casi sono state recuperate figure di amministratori del passato, ad esempio quelli socialisti di prima dell’ascesa del fascismo, alcuni di loro piuttosto anziani. Tra questi primi amministratori, i giovani erano molto pochi, probabilmente perchè venne privilegiata l’esperienza.
Cosa avviene nei comuni?
In quella fase si ricostruiscono anche i partiti sul territorio, nei vari comuni, in occasione delle prime elezioni libere del marzo del ’46. La democrazia inizia dagli enti locali, perché in ogni comune si insedia il sindaco, c’è la giunta, c’è il consiglio comunale eletto dai cittadini e gli eletti rappresentano i vari orientamenti politici. Nel libro il racconto arriva alle prime elezioni amministrative e al referendum istituzionale del 2 giugno su monarchia e repubblica, fino alla nomina dell’assemblea costituente, dove anche Piacenza inviò i propri rappresentanti votati direttamente dai cittadini. Abbiamo voluto rendere memoria alla prima classe dirigente democratica, recuperando anche le fotografie per mostrare i volti di quelle persone, perché oggi talvolta non ci si ricorda più chi è stato il primo sindaco dopo la Liberazione.

Il ricambio di classe dirigente fu completo?
Tieni presente presente che i fascisti si erano insediati dappertutto, non solo nelle istituzioni, ma in tutta una serie di di enti pubblici. Nella sola città di Piacenza gli antifascisti hanno dovuto cambiare i vertici di 99 enti, quindi si formò una classe dirigente realmente nuova. Il fatto degno di essere rimarcato è che questa transizione avvenne in modo pacifico e tranquillo, senza particolari lotte e contrasti che di solito contraddistinguono ogni cambio di regime.
Che cosa ci insegna quella fase iniziale della democrazia oggi, visto che viviamo in un periodo di crisi della democrazia segnato da disaffezione, talvolta nei piccoli comuni si fa fatica a trovare i candidati?
Intanto la prima lezione da trarre è questa: coloro che avevano combattuto e rischiato la vita – e tanti la vita l’avevano persa durante la Resistenza – erano disponibili ad assumersi le proprie responsabilità anche per il dopo, per affrontare l’emergenza del dopoguerra, a partire dall’amministrare il proprio comune. In maniera del tutto gratuita, visto che i primi sindaci non avevano alcuna indennità di carica. Anche il primo sindaco di Piacenza non percepiva alcuna retribuzione. Un ruolo fondamentale venne assunto dalle forze politiche che avevano sostenuto la Resistenza, si resero conto che dovevano misurarsi anche con la gestione di quella fase. L’altro grande elemento nuovo fu la partecipazione mai conosciuta prima dei cittadini, che dopo 23 anni di regime fascista finalmente si affacciavano sulla scena della storia grazie al voto. Infatti la partecipazione alle prime elezioni fu altissima e per la prima volta della nostra storia votarono le donne: l’avvento della democrazia a suffragio universale fu un evento straordinario.
I partiti riuscirono a organizzarsi subito in tutta la provincia di Piacenza?
Nei vari comuni della provincia ci fu una certa differenziazione, ad esempio nella Bassa, dove era era forte il radicamento del Partito Socialista con una una certa vita politica anche prima del fascismo, risorse più facilmente l’organizzazione dei partiti. Invece in collina e in montagna il contesto era più difficile, perché non c’era mai stata una vera attività politica. In quei posti a emergere furono più i notabili. In molti paesi si affermarono i socialisti, perchè rispetto ai comunisti avevano una tradizione politica più antica. Anche la Democrazia Cristiana all’inizio era poca cosa in termini di partito organizzato, ma aveva le spalle il mondo cattolico e la Chiesa.
I partigiani hanno assunto ruoli amministrativi subito dopo la fine della guerra?
In misura modesta. Furono pochi a candidarsi alle elezioni, credo che non si fecero avanti in tanti perchè non pretesero un riconoscimento particolare del loro ruolo, lasciando che fosse Cln a individuare le persone giuste. Inoltre era richiesta anche un po’ di esperienza e una presa significativa sulla popolazione per ambire a posti nelle istituzioni.
Alla fine fu una stagione dove prevalsero la speranza e la concordia dopo la tragedia della guerra?
Devo dire che siamo stati fortunati a disporre a Piacenza di un Commissariato dell’amministrazione militare alleata, che riconobbe il ruolo del Cln ratificando tutte le scelte e le designazioni dei primi amministratori locali. Gli Alleati non avevano neppure timore di un’eventuale ascesa dei comunisti, anzi, dai documenti emerge la consapevolezza che questi non avrebbero potuto influire più di tanto sulle sorti del governo locale; il giudizio del commissariato era questo: ‘è vero che i comunisti hanno il consenso più grande fra i partigiani, ma non dispongono di una vera classe dirigente’. Tanto è vero che nella nostra provincia l’amministrazione militare alleata cessò molto presto, già il 6 agosto del ’45, mentre nel resto del Nord Italia rimase fino alla fine dell’anno. Era un segno della fiducia che gli Alleati riposero nella capacità di rinascita democratica del nostro territorio. Questo è un fatto abbastanza importante, non è risaputo, ed è avvenuto in una regione come l’Emilia Romagna perché il livello di senso civico e di fiducia nelle neonate istituzioni si è rivelato elevato fin dal primo dopoguerra.






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