Le Rubriche di PiacenzaSera - Inter Cultura

“Costruire per i minori non accompagnati concrete opportunità di crescita e integrazione”

Nel campo dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti il nostro Paese ha maturato un’esperienza in grado di far fronte alle esigenze di popolazioni in arrivo da contesti di disagio sociale o economico che intendono fermarsi per ricostruire un percorso di vita per i singoli individui e per i nuclei familiari. Pur tra una certa retorica sovranista e diversità territoriali, in una realtà precipitata nel buio demografico, la presenza di immigrati assume un carattere strutturale ed impone la organizzazione di servizi in grado di far assumere competenze nelle relazioni e nelle occupazioni, per giungere ad una nuova cittadinanza.

La situazione rimane critica però se si guarda ai minori stranieri non accompagnati, che in Italia non hanno una famiglia o una comunità a cui ricongiungersi, in un periodo molto delicato per la loro crescita, e che agli aspetti tipici dell’essere una persona immigrata aggiungono quelli propri dei bambini e degli adolescenti, con tutte le criticità che li caratterizzano. Mentre per gli adulti che ormai possiamo considerare stabilizzati, con una nuova sistemazione logistica, un lavoro, una scolarizzazione, un welfare che li accomuna ai cittadini autoctoni, in cui possono vivere anche come nucleo familiare, i minori che arrivano soli necessitano di una rete sociale che li accolga, ma che allo stesso tempo li stimoli a superare il disagio patito dopo lunghe traversie e li inserisca il più presto possibile in ambienti educativi, con adulti competenti, ma anche con i pari, che saranno capaci di crescita sociale, comunicativa e, in seguito, culturale e professionale.

Gli adulti in arrivo sono in calo e quindi si può considerare superata la fase emergenziale, sia sul fronte dell’organizzazione sociale, sia sul versante dell’inserimento lavorativo, i loro figli sono nati in Italia e progressivamente frequentano la nostra scuola, anche se conservano in famiglia la lingua di provenienza ed una religione magari diversa dalla maggioranza degli italiani, ma l’azione compiuta dalla scuola sui più piccoli funziona da calamita anche per i più grandi, per la costruzione di una comunità interculturale, mentre i minori soli sono in continuo aumento, spesso vittime di forti deprivazioni culturali, con un’età al di sotto dei 18 anni, che devono essere custoditi fino alla maggiore età, con tutto quel che ne consegue sul piano burocratico, in vista del riconoscimento della cittadinanza. La legge n. 47 del 2017 intende rafforzare la tutela di coloro che si trovano in un paese straniero senza una figura adulta di riferimento, minorenni che hanno incontrato nei loro percorsi di vita situazioni drammatiche di cui portano dentro segni e ferite. Sono però capaci di adattarsi, senza perdere la voglia di realizzarsi e contribuire positivamente al mondo che li circonda.

Occorre un sistema di accoglienza e di integrazione con assistenza sanitaria, sociale e psicologica, mediazione linguistica-culturale, corsi di lingua italiana e di orientamento e formazione professionale; interventi perlopiù messi in campo dagli enti locali e da organismi del terzo settore, in modo da equiparare questi ragazzi ai loro coetanei italiani ed europei. La paura maggiore però è quella di tornare indietro ed è per questo che occorre creare occasioni di socialità con il contesto di vita, evitando atteggiamenti di intolleranza e di razzismo, affinchè le differenze socio-culturali conducano ad un confronto e ad una ricostruzione interculturale. La predetta legge prevede la presenza di “tutori volontari” (un elenco deve essere depositato presso il tribunale dei minori) per sostenere l’aspetto relazionale e la rappresentanza legale; data però la scarsa presenza dei tutori il compito passa ai Comuni, fino ad un eventuale affido familiare.

La nostra percezione del viaggio è quella dell’ultimo miglio, ma spesso è iniziato molti mesi se non addirittura anni prima di arrivare all’attraversamento del mare che hanno affrontato da soli, e chi non ha soldi per pagare il percorso si impegna a lavorare magari in Libia per estinguere il debito: il viaggio rappresenta per molti di loro il passaggio dall’infanzia all’età adulta, di colpo, senza fasi intermedie. Essere indentificati come minori è il punto di partenza per poter beneficiare delle misure di protezione: non ci sono procedure standardizzate per l’accertamento dell’età; i ragazzi si sentono parcheggiati negli hot spot, dopo essere stati protagonisti di un viaggio più grande di loro, in attesa che accada qualcosa o che ci sia qualcosa da fare, e quest’ansia li rende ancora più fragili e portati all’evasione. E’ impellente la necessità di prevedere attività formative, culturali, sportive, ecc., per favorire lo sviluppo e l’integrazione sociale, per dare un senso alle loro giornate e scandire il tempo attraverso un coinvolgimento attivo.

Verificata l’impossibilità di un affidamento, i servizi sociali dei comuni elaborano un progetto educativo a lungo termine con accoglienza in strutture residenziali di tipo familiare fino al compimento della maggiore età. Essa è caratterizzata da un servizio educativo dove sono presenti operatori che guidano il minore in un percorso di crescita dell’identità personale e sociale, favorendone la progressiva responsabilizzazione e autonomia. E’ dall’iscrizione a scuola o ai CPIA, con opportunità di formazione professionale, che inizia una nuova vita, anche se per alcuni di loro si tratta di esperienze alquanto diverse dalla realtà di provenienza, in quanto potrebbero essere totalmente analfabeti. Nel nostro ordinamento la scuola è obbligatoria anche per gli alunni stranieri; essi devono impegnarsi nello studio della lingua italiana, ma la comunità scolastica deve accogliere le differenze linguistiche e culturali come valore da porre a fondamento del rispetto reciproco, dello scambio tra culture; tutela della lingua d’origine e realizzazione di attività interculturali.

L’obiettivo principale di molti di loro è quello di mettersi al più presto al lavoro per guadagnare e mandare i soldi a casa; la formazione professionale perciò permette di diventare operai e di intraprendere tante altre professioni, di cui peraltro c’è molto bisogno nel nostro sistema produttivo. Quando viene offerta un’opportunità reale e strutturata, questi giovani la colgono e sanno restituire in termini di impegno il contributo alla costruzione del futuro. Forse gli imprenditori dovrebbero credere di più in questi giovani, soprattutto perché lamentano la mancanza di addetti, lo Stato deve accorciare i tempi burocratici per favorire queste nuove cittadinanze: spesso la retorica politica si dimostra inconcludente ma soprattutto abbandona questi giovani, favorendo la loro dispersione nelle pieghe della società e la rinuncia ad una proficua e tempestiva integrazione.

Gian Carlo Sacchi

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