Forte se protegge, debole nelle decisioni. L’Europa schizofrenica del Governo IL COMMENTO
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Nella sua nuova Pillola di Economia, Mauro Peveri analizza le contraddizioni dell’atteggiamento del Governo italiano nei confronti dell’Europa: si vuole l’Unione più forte solo quando deve proteggere, ma debole quando deve decidere.
Il paradosso italiano
Alla recente assemblea nazionale di Confindustria si è levato un allarme molto duro: la Cina starebbe “colonizzando” i mercati europei (vero) e, senza una reazione immediata dell’Unione Europea, il rischio sarebbe quello di un progressivo “deserto industriale” (confermo). Anche il governo italiano, attraverso le parole del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha attribuito all’Europa una parte rilevante delle difficoltà industriali del continente, accusandola di eccesso di regolazione, rigidità ideologica e incapacità di proteggere le produzioni europee.
Una parte di queste critiche è assolutamente fondata. Negli ultimi venticinque anni il mondo è cambiato radicalmente. La Cina è diventata la prima potenza manifatturiera globale, controllando filiere strategiche come batterie, fotovoltaico, terre rare e auto elettrica, grazie a una politica industriale aggressiva sostenuta dallo Stato. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno abbandonato molte illusioni liberiste e oggi proteggono apertamente i propri interessi industriali e tecnologici con incentivi giganteschi, protezionismo selettivo e una forte capacità di attrarre investimenti e capitali globali. L’Europa invece è rimasta a lungo l’unico grande spazio economico realmente aperto: fortemente regolato, fiscalmente frammentato, lento nelle decisioni e privo di una vera politica industriale comune. In questo senso è vero che il libero mercato globale ha prodotto un effetto profondamente asimmetrico: oggi la manifattura mondiale è sempre più cinese, mentre i servizi digitali, tecnologici e finanziari sono dominati dalle grandi corporation americane come Microsoft, Google, Amazon, Meta e Apple. L’Europa rischia così di ridursi a un grande mercato di consumo, tecnologicamente e industrialmente dipendente dall’esterno. Anche sul piano fiscale il quadro appare paradossale: per anni molte multinazionali americane hanno utilizzato Paesi europei come Irlanda, Luxemburgo e Olanda come piattaforme per concentrare utili e minimizzare la tassazione, mentre i ricavi venivano generati in tutta Europa. È quindi comprensibile che oggi cresca la richiesta di introdurre dazi selettivi, protezione delle filiere strategiche, limitazioni alle importazioni fortemente sovvenzionate e maggiore tassazione delle grandi corporation digitali.
Ma è proprio qui che emerge il grande paradosso italiano. Perché la stagnazione dell’economia italiana non nasce oggi e non nasce a Bruxelles. L’Italia aveva produttività stagnante, debito pubblico enorme, crescita debole, burocrazia inefficiente e ritardi strutturali ben prima dell’ascesa cinese o dell’attuale assetto europeo. Negli ultimi venticinque anni il Pil italiano è cresciuto pochissimo non solo rispetto alla Cina, ma anche rispetto a gran parte delle economie occidentali. Eppure il dibattito nazionale continua spesso a trasformare problemi strutturali interni in colpe esclusivamente esterne: l’euro, Bruxelles, la Germania, la Cina, il Green Deal. I governi italiani degli ultimi cinquant’anni sono stati quasi sempre alla ricerca di un qualche capro espiatorio per spiegare ciò che invece appare sotto gli occhi di tutti: il fallimento progressivo di un’intera classe dirigente, politica, amministrativa e in parte anche economica, incapace di affrontare i nodi strutturali del Paese. La contraddizione diventa ancora più evidente quando si osserva il comportamento politico italiano verso l’Europa. Da un lato si chiede all’Ue di diventare una vera potenza economica capace di proteggere industria, tecnologia ed energia europee; dall’altro si rifiutano proprio quegli strumenti che renderebbero possibile questa trasformazione. Il caso più emblematico riguarda il principio dell’unanimità necessario oggi per prendere molte decisioni: molti governi, compreso quello italiano, continuano a opporsi al suo superamento in materie strategiche come fiscalità, politica estera e difesa. Ma un’Europa che deve decidere sempre all’unanimità (con 27 governi nazionali che hanno, anche legittimamente, programmi diversi) non potrà mai competere davvero con Stati Uniti e Cina, che agiscono come grandi potenze continentali centralizzate. In altre parole, l’Italia vorrebbe un’Europa forte quando deve proteggere, ma debole quando deve decidere.
La verità è che oggi la competizione globale non avviene più tra singoli Stati nazionali, ma tra grandi blocchi geopolitici integrati. Gli Stati Uniti dispongono di un bilancio federale, di una politica industriale e di mercati finanziari unificati; la Cina opera come capitalismo di Stato centralizzato; l’Europa invece continua a essere una costruzione incompleta: moneta unica senza vero Stato federale, mercato comune senza piena sovranità politica condivisa. Per questo il vero nodo non è scegliere tra “più Europa” o “meno Europa”. Il punto è decidere se l’Europa voglia continuare a essere soltanto un grande mercato regolato oppure diventare finalmente una vera potenza economica, industriale e politica. Ed è qui che il dibattito italiano mostra tutta la sua ambiguità: molti di coloro che denunciano la debolezza dell’Europa sono spesso gli stessi che rifiutano le condizioni necessarie per renderla davvero forte.
Mauro Peveri




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