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“Per salvare la sanità universale occorre cambiarla” Intervista a Marco Elefanti

Si può salvare l’assistenza sanitaria universale in Italia? Di quali “cure” ha bisogno un sistema sempre più in affanno, tra punte di eccellenza e riforme rinviate, per non smarrire la sua dimensione “pubblica”? Lo abbiamo chiesto a Marco Elefanti, per due mandati direttore generale della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, dove è stato ricoverato in più occasioni anche Papa Francesco. Il suo incarico di manager del migliore ospedale d’Italia e 33esimo al mondo , secondo la recente classifica redatta dal Newsweek, si è concluso nell’estate scorsa e oggi ha ripreso a insegnare a tempo pieno all’Università Cattolica di Piacenza. A partire dalla sua esperienza di manager del settore, in questa intervista Elefanti spiega perchè occorre percorrere la strada del cambiamento, per mantenere una sanità in grado di dare risposte a tutti.

Si può dire ancora universalistico il servizio sanitario nazionale oppure i problemi sono talmente tanti oggi da mettere in discussione questo principio?
La sanità in Italia esprime risposte a bisogni davvero sempre più complessi. La risposta a tali bisogni richiede una elevata capacità di sviluppare prima ricerca di base e poi ricerca clinica applicata al paziente. La ricerca di base coinvolge aziende, università, centri di ricerca e gli ospedali a più elevate competenze cliniche e con una casistica più ampia e articolata. L’evoluzione della capacità di cura ha subito negli ultimi anni continue e significative evoluzioni. Pensiamo ad esempio ai farmaci nati contro il diabete e le malattie metaboliche, che hanno un’efficacia notevole per i pazienti obesi con problemi di tipo cardiocircolatorio. Sono farmaci rivoluzionari, capaci di evitare le complicazioni che implicavano, in numerosi casi, il ricorso alla chirurgia. Tutto questo accade però, a fronte di costi che crescono. In Italia la spesa sanitaria in rapporto al Pil è più contenuta che in quasi tutti gli altri paesi europei, quest’anno dovrebbe attestarsi al 6,4%, ma occorre prendere atto che la situazione sta diventando insostenibile, le risorse sono inadeguate e da anni ogni processo di riforma della sanità, pur essendo stata al centro dell’attenzione di tutti gli ultimi governi, non è mai andata in porto.

papa Francesco Marco Elefanti

Il tema centrale è dunque quello della sostenibilità del sistema?
Tutti proclamano il grande valore di un sistema che risponde su base universalistica ai bisogni di salute delle persone. Ne deriva la ricerca e la corsa a elevare i livelli di assistenza, i cosiddetti Lea. Ormai i Lea comprendono quasi tutto, quindi teoricamente offriamo a tutti la copertura di una gamma assai ampia di prestazioni, ma di fatto garantiamo sempre meno. Costringendo molti a pazienti a lunghe liste di attesa. Non intervenire su questo assetto, che mantiene solo sulla carta un sistema universalistico senza esserlo più nella realtà, a causa di risorse insufficienti e della domanda di cura in aumento, implica un numero sempre più elevato di pazienti costretti a pagare di tasca propria, specialmente su un certo tipo di medicina specialistica e diagnostica.

Per tante questioni il Covid è stato uno spartiacque. C’è stata la comprensibile difesa della sanità pubblica, che tuttavia ha impedito anche una trasformazione necessaria verso una visione più integrata e moderna. Ti ritrovi in questa ricostruzione?
Penso che tutti abbiamo apprezzato la capacità di risposta all’emergenza Covid del nostro sistema sanitario, anche perché abbiamo subito la pandemia per primi in maniera molto pesante. Siamo arrivati nella fase più critica a impegnare il 7,2% sul Pil nella sanità, di fatto adesso siamo tornati progressivamente in termini di risorse al 6,4%. Quanto agli interventi sul sistema territoriale, le Case della salute non mi sembrano un esempio di innovazione organizzativa e un vero elemento di integrazione con la medicina di base. I medici tendono ancora con molta cautela ad aggregarsi, e soprattutto a collegarsi più strettamente con la diagnostica e con la dimensione specialistica.

Qual è la prima misura da adottare per la rilanciare la sanità in Italia?
Se vogliamo mantenere questa fisiologia del sistema senza stravolgerla, occorre declinare quali siano i confini di una risposta realistica. Se partiamo dal presupposto che vogliamo continuare a perseguire una sanità universale, la prima cosa è ridefinire il perimetro di un intervento di cure garantite in modo uniforme a tutta la popolazione. E’ inevitabile rimodulare questi confini rispetto a quelli attuali. Se ci sono prestazioni fuori dalla copertura pubblica che alcune fasce della popolazione non possono garantirsi, bisogna capire come supportarle.

Credi che un ruolo importante lo possano averle anche le forme di sanità integrativa, quelle anche di base e che nascono dal basso in un sistema che si potrebbe definire pubblico ma più integrato?
Credo proprio di sì. Da responsabile della direzione del ‘Gemelli’ ho sperimentato una situazione assai poco uniforme di trattamento tra il privato e il pubblico. Se parliamo di ospedali complessi, ovvero quelli che trattano una gamma vasta di prestazioni, con il pronto soccorso in grado di gestire tutte le situazioni di emergenza-urgenza, credo che le strutture dovrebbero essere finanziate tutte allo stesso modo. Non si può pagare un ospedale privato accreditato sulla base delle prestazioni erogate, mentre all’ospedale pubblico vengono coperte le perdite ogni anno. E’ una situazione troppo squilibrata da questo punto di vista. Un altro tema chiave riguarda le tariffe delle prestazioni che non vengono adeguate nemmeno all’inflazione, che notoriamente negli ultimi anni non è pari zero, e la capacità di stare al passo dell’innovazione che marcia sempre più rapidamente della burocrazia.

Nel corso della tua esperienza al Gemelli hai conosciuto da vicino tante eccellenze della sanità italiana…
Posso dire che senza alcun dubbio i nostri ospedali di ricerca e universitari, dove si concentrano competenze che oggettivamente non è opportuno periferizzare, sono decisamente tra i migliori del mondo. D’altronde tra queste strutture, addirittura a livello internazionale, c’è un dialogo scientifico e disciplinare costante. A fronte di queste eccellenze, molte delle quali sono concentrate al Nord Italia, pensare di andare all’estero a farsi curare non ha alcun senso. Questa è una certezza di cui possiamo andare orgogliosi e da cui ripartire per valorizzare l’intera sanità, che oggi deve misurarsi con le sfide della longevità in crescita e della capillarità di intervento.