L’oratorio, laboratorio privilegiato di incontro interreligioso
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Un documento della Diocesi di Milano detta le linee guida per il funzionamento degli oratori durante il periodo estivo, istituzioni radicate nella tradizione educativa della società civile lombarda. Essi svolgono un servizio sociale e sulla spinta di ragioni umanitarie accolgono tutti per un lavoro educativo di riconnessione con il contesto culturale attuale. A chi prefigura un indebolimento dell’identità cristiana, il documento ribadisce che le identità sono in cammino, per cui occorre evitare ogni restrizione preconcetta nei confronti di un rinnovamento che si mostra sempre più necessario nell’attuale società plurale. L’accoglienza dell’altro negli oratori non è un atto estraneo alla fede, ma una sua espressione necessaria. I valori spirituali, morali e sociali disseminati nelle altre religioni possono diventare terreno comune di dialogo e collaborazione.
L’oratorio si presenta come laboratorio privilegiato di incontro religioso, un luogo dove i giovani imparano ad accogliere l’altro, un luogo di educazione che deve favorire la promozione umana e cristiana in una società in continuo cambiamento, dove la diversificazione delle appartenenze culturali e religiose si configurano come un tratto distintivo che non si può ignorare. L’oratorio è un luogo di socializzazione in collegamento con il territorio e per questo deve rimanere aperto a tutti, pronto ad accogliere anche quelli che sembrano lontani, perché provenienti da culture diverse o legati ad un’altra fede; deve poter essere il punto di riferimento per tutti i ragazzi. Accogliere, proteggere, promuovere, integrare, sono le parole chiave sulle quali si fonda il progetto educativo, oltre a rimuovere l’ostacolo linguistico attraverso la presenza di mediatori culturali. L’incontro autentico nasce dalla reciprocità; solo nella dinamica relazionale è possibile costruire veri percorsi di integrazione, valorizzando la ricchezza che scaturisce dalla diversità, dalla propria storia personale. Il percorso interculturale trasforma la diversità in risorsa e valorizza l’incontro fra culture diverse: conoscere ragazzi di altre religioni per crescere insieme, rendendo la differenza occasione di dialogo e di crescita.
Far vivere ai ragazzi esperienze concrete collegandole ai propri valori, mettendole in relazione con i grandi temi sociali; nell’oratorio si costruiscono relazioni, si fa esperienza di comunità. Siamo chiamati – dice ancora il documento – a vivere l’educazione interculturale e interreligiosa superando i pregiudizi che spesso emergono nei confronti degli immigrati, per riconoscere in ciascuno un’occasione di crescita condivisa, un’unica umanità, corresponsabile di un futuro comune. La seconda e la terza generazione alle prese con la loro identità; l’incontro con altri credenti si è fatta sempre più ravvicinata: è importante valorizzare la differenza e incontrarsi sugli aspetti comuni e quindi creare legami con le comunità islamiche del territorio e con altre comunità religiose, creando occasioni di incontro; fare rete, camminare insieme per giungere a collaborazioni significative.
Molte persone musulmane dichiarano che il tempo trascorso in oratorio offre importanti occasioni di condivisione e di educazione a quei valori comuni che appartengono trasversalmente a tutte le culture di ogni tempo. Esse ritengono l’oratorio un luogo di cura e di accudimento, uno spazio sicuro in cui vengono trasmessi dei buoni valori. Tutti i ragazzi hanno la possibilità di fare un’esperienza di riflessione che trascende la specificità del linguaggio cristiano-cattolico; attivare laboratori interculturali promuovendo lo scambio di esperienze tra ragazzi di culture diverse e pensare alla possibilità per cui bambini di altre religioni abbiano momenti di preghiera pensati per loro, guidati dai responsabili religiosi della comunità di appartenenza o da genitori incaricati dalle comunità religiose. Il documento si occupa anche della formazione degli animatori, che può considerare gli aspetti comuni e trasversali; sempre più spesso i ragazzi di tradizione musulmana o di altre confessioni scelgono di inserirsi con continuità nel cammino proposto, partecipano ad iniziative comunitarie durante l’anno; aprire spazi per la fede proposti nelle pieghe della loro quotidianità.
C’era da spettarsi la polemica politica, anche se almeno un quarto dei ragazzi iscritti all’oratorio sono stranieri, parte dei quali musulmani. Ribattono alcuni sacerdoti che nelle periferie milanesi, e così si potrebbe dire di tante altre città, gli oratori sono spesso tra gli ultimi luoghi di aggregazione rimasti aperti; si tratta di tenere insieme comunità sempre più fragili, multiculturali spesso lasciate sole. I problemi veri non sono tra i bambini ed i ragazzi, ma quelli della contrapposizione degli adulti in letture ideologiche della realtà. Anche di fronte a situazioni drammatiche i responsabili degli oratori invitano a guardare oltre la sola dimensione dell’ordine pubblico e indicano come causa del disagio la povertà educativa, il degrado abitativo, l’isolamento sociale e la mancanza di luoghi in cui costruire relazioni. Bande giovanili e gruppi di violenti nascono, secondo un altro documento redatto dai sacerdoti delle periferie milanesi, perché mancano punti di riferimento adulti e percorsi di reale integrazione. L’oratorio non è un luogo di culto travestito da campo estivo, è un presidio educativo. L’alternativa per certi ragazzi è la solitudine, la strada, lo schermo come unica compagnia. Ci sono quartieri che troppo spesso vengono lasciati soli ad affrontare trasformazioni sociali complesse, mentre sulle spalle del volontariato ricade una parte crescente del lavoro di prevenzione e di inclusione, un lavoro complicato, spesso invisibile, che viene portato avanti nonostante la scarsità di risorse e infarcito di polemica politica.
Gian Carlo Sacchi




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