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L’export sfiora il + 5% e traina l’economia piacentina, “Ma serve un’Ue più competitiva”

Cresce nell’ultimo semestre l’export in provincia di Piacenza, con una percentuale che arriva a sfiorare il 5%. Un dato positivo per Confidustria, emerso durante l’ultima indagine congiunturale semestrale, presentata dal presidente Nicola Parenti, il direttore Luca Groppi e Giulia Silva a capo dell’Ufficio Studi dell’associazione.

Confindustria indagine

Anche il fatturato complessivo è in crescita del 2,34% rispetto al primo semestre del 2025, un incremento legato l’inflazione – costi delle materie prime e dell’energia – ma è comunque l’export a determinare il risultato positivo dei primi sei mesi del 2026. “Le previsioni dei nostri imprenditori restano positive anche per il prossimo semestre. Quello che ci preoccupa è lo scenario a medio lungo termine – sottolinea il presidente Nicola Parenti -. Nonostante la situazione geopolitica non facile, gli imprenditori piacentini hanno dimostrato una certa dinamicità, trovando nuovi mercati. Ma ci preoccupa la staticità in generale dell’Italia e dell’Unione Europea, davanti ad esempio alla Cina. Che non è più il paese di 10 anni fa, ma ha tecnologie, forza e industrie. Dobbiamo essere più competitivi e non affidarci solo alle capacità delle imprese locali. Servono politiche europee più efficaci”.

Confindustria indagine

L’analisi dei dati mostra, sottolinea Giulia Silva, che tutte le tipologie di industrie – a differenza delle industrie varie che comprende i settori della chimica plastica, tessile, arredo, legno – mostrano dati positivi. Quello dei materiali edili, sospinto dagli incentivi Pnrr, è quello che performa meglio, così come la meccanica e l’alimentare, anche questo trainato da un export che supera il 7%, nonostante i dazi, mentre il mercato interno cala anche per effetto della contrazione dei consumi delle famiglie”.

Confindustria indagine

Altro aspetto che viene messo in evidenza è la ripresa della crisi dello stretto di Hormuz: l’analisi di Confindustria si basa su interviste alle imprese associate, e la consultazione relativa al primo semestre 2026 è avvenuta in un momento in cui l’accordo veniva dato per certo. Le previsioni sono quindi positive ma si evidenziano comunque criticità: il 96% ha evidenziato incremento dei costi della logistica e dei trasporti, il 9% denuncia una riduzione dei margini operativi così come per il 18% ci sono difficoltà e ritardi nell’approvigionamento delle materie prime.

L’ANALISI DI CONFINDUSTRIA 

Il primo semestre del 2026 si chiude in un contesto internazionale profondamente mutato rispetto a sei mesi fa. Dopo una fase di progressivo rafforzamento dell’economia globale e dell’area euro, con inflazione in calo e mercato del lavoro solido. Il conflitto tra Usa-Israele e Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz – da cui transita oltre un quinto del traffico marittimo mondiale di petrolio e gas – hanno impresso un’accelerazione ai prezzi energetici, e l’inflazione, sospinta proprio dalla componente energetica, è tornata sopra il 3%. In questo scenario, le imprese manifatturiere associate a Confindustria Piacenza mostrano una tenuta, pur in un quadro complessivamente più incerto. Il fatturato complessivo del comparto è cresciuto del +2,34% nel primo semestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un cambiamento rispetto alle ultime due rilevazioni: la crescita è trainata dal mercato estero (+4,85%), mentre il mercato interno resta sostanzialmente fermo (+0,08%).

Il dato va letto anche alla luce di un effetto base: nello stesso periodo del 2025 l’andamento era stato opposto, con il mercato interno più dinamico e l’export sostanzialmente fermo, per cui parte del rimbalzo attuale riflette semplicemente il confronto con una base di partenza più debole. Va inoltre considerato che una parte non trascurabile dell’incremento nominale riflette l’aumento dei prezzi alla produzione, saliti del +2,99% nel semestre: un rincaro che si spiega con l’aumento dei costi energetici e delle materie prime innescato dalla crisi del Golfo, che provoca effetti diretti ed indiretti lungo le filiere produttive. Al netto della componente di prezzo, la crescita reale dei volumi risulta dunque più contenuta di quanto il dato nominale lasci intendere. Il recupero dell’export, dopo la battuta d’arresto nel 2025, resta comunque il principale fattore alla base della crescita del semestre. Il fenomeno si inserisce in un contesto internazionale che offre alcuni elementi di sostegno, da leggere però con cautela: la spesa tedesca in difesa e infrastrutture potrebbe generare, nel tempo, effetti positivi sulla domanda europea e quindi sulle vendite italiane verso la Germania; la riduzione dei dazi USA e l’allentamento di alcune restrizioni commerciali disposte da Washington vanno nella stessa direzione, ma restano soggetti a possibili revisioni nel quadro di tensioni commerciali ancora aperte.

A livello settoriale, il comparto alimentare mostra una crescita del fatturato sostenuta interamente dall’estero (+7,07%). La meccanica torna in territorio positivo dopo la stagnazione della rilevazione precedente, con un contributo estero (+3,40%) superiore a quello interno (+1,39%), rimasto per quasi tutto il semestre in attesa dei decreti attuativi del Piano Transizione 5.0 che hanno rallentato le vendite di beni strumentali. Il comparto dei materiali edili, a vocazione esclusivamente domestica, registra la crescita più marcata (+4,92%), legata alla fase conclusiva del Pnrr e quindi esposta a un possibile rallentamento con l’esaurimento dei relativi incentivi: le industrie varie restano l’unico aggregato in territorio negativo (-0,17%), penalizzate sul mercato interno dalle difficolta dei segmenti più energivori. Sul fronte occupazionale prosegue la fase di crescita, con un incremento del +1,58% esteso a tutti settori, anche se il ritmo rallenta rispetto al +2.02% della rilevazione precedente.

Le previsioni per il secondo semestre 2026 delineano un quadro più favorevole rispetto a sei mesi fa: il saldo tra imprenditori che si attendono un aumento e quelli che prevedono una diminuzione sale a +27 punti sul fatturato (dal +12 precedente) e a +29 punti sugli ordini esteri (dal +3): anche le attese sull’occupazione migliorano (+32 punti, dal +13). Il miglioramento riflette, oltre al recupero dell’export, l’arrivo a giugno 2026 delle istruzioni operative sugli incentivi Industria 5.0, che ha probabilmente contribuito a sostenere le prospettive di investimento delle imprese. Questi saldi vanno tuttavia interpretati con cautela: il questionario è stato somministrato nella prima parte di luglio 2026. prima della ripresa delle ostilità nell’area dello Stretto di Hormuz, che ha riacceso le tensioni sui mercati energetici e sulle prospettive dell’export. Le risposte degli imprenditori non incorporano questo sviluppo, per cui il quadro previsionale potrebbe rivelarsi, alla prova dei fatti, più ottimistico di quanto giustificato dal contesto attuale

Nel complesso, l’indagine restituisce l’immagine di un tessuto produttivo che tiene nel primo semestre 2026 e che si affaccia al secondo semestre con previsioni più favorevoli rispetto a sei mesi fa. Permangono tuttavia diversi elementi di incertezza: margini compressi dall’aumento dei costi energetici, un mercato interno ancora debole, e uno scenario internazionale esposto al rischio di nuove tensioni geopolitiche, non da ultimo la recrudescenza del conflitto in Medio Oriente successiva alla rilevazione. Un quadro, quindi, da leggere con equilibrio.

A supporto dell’analisi, riportiamo di seguito l’ultima edizione della Congiuntura Flash, pubblicata dal Centro Studi Confindustria il 24 luglio 2026 “Rincarano petrolio e gas, frenando l’economia italiana: il 3° trimestre parte in salita”

Inizia male il 3° trimestre. La guerra in Iran è riesplosa a luglio e l’incertezza sui prossimi sviluppi è massima: ne ha risentito subito il prezzo del petrolio. Dopo aver già frenato il PIL italiano nel 2° trimestre, gli impatti della guerra si allungano ora anche sul 3°. L’inflazione resterà alta per un po’ e il canale del credito si sta irrigidendo. L’industria perde colpi dopo mesi di shock, gli investimenti frenano. I servizi si stabilizzano, grazie al rapido recupero del turismo estero, ma non crescono.

Prezzi di petrolio e gas in salita. La nuova escalation militare tra USA e Iran ha causato una caduta dei transiti di navi per lo Stretto (32% a metà luglio). Il prezzo del Brent, perciò, ha ripreso a salire (91 dollari al barile il 21/7), dopo una significativa discesa a giugno (a 72): di nuovo ben sopra i livelli di febbraio (69 in media), sebbene sotto il picco di maggio (104). Anche il prezzo del gas, che non è mai sceso vicino ai livelli di febbraio (33 euro/Mwh in media), ha virato nuovamente al rialzo (60 euro).
Dollaro apprezzato, il dollaro, con la querra nel Golfo, torna a essere visto come “valuta rifugio” (anche perché il petrolio è quotato in dollari): la domanda di valute sta andando in una direzione opposta a quella presa a seguito dei dazi nel 2025, quando i timori sull’economia USA portarono a una svalutazione consistente del dollaro che ora si sta, invece, rafforzando: 1,14 dollari per euro nella prima metà di luglio da 1.18 in media a febbraio (pari a -3,4%). Ciò favorisce l’export dei paesi euro.

Rallentano gli investimenti. Nonostante l’aumento finora moderato dei tassi (3.67% a maggio, da 3.33% a febbraio), i prestiti alle imprese accelerano (+3,5% annuo): però, sono alimentati dalla domanda di liquidità per le bollette energetiche, meno per investimenti. A maggio si è fermata la crescita della produzione di beni strumentali e nel 2° trimestre sono calate le previsioni di spesa in investimenti

Consumi: frenata in vista. Nel 1° trimestre la quota di risparmio è salita appena (8,0%), mentre il potere d’acquisto delle famiglie è cresciuto di più (+0,8%), dando ossigeno alla domanda. Nel 2°. però, il reddito è stato frenato da prezzi e lieve calo degli occupati (a maggio). Le vendite al dettaglio sono salite poco (+0.1% in volume) e a giugno c’è stato un nuovo calo degli acquisti di auto (-1,5%).

L’industria decelera. A maggio la produzione industriale è diminuita (-0,3%), per la caduta dei beni intermedi (-0,8%) e di consumo (-0,5%), mentre la crescita degli energetici (+4,6%) ha attutito la flessione; la variazione acquisita nel 2° trimestre resta positiva. A giugno il PMI manifatturiero è sceso, mantenendosi espansivo (52,2 da 52,9): calano le pressioni sui prezzi, ma inizia a scemare la domanda dettata dall’accumulazione di scorte in un contesto molto incerto.

Servizi stabilizzati. La spesa dei turisti stranieri in Italia è subito ripartita (+6,2% tendenziale a maggio a prezzi correnti, 0,8% a marzo). L’indice SGP Global PMI segnala una stabilizzazione dei servizi a giugno (50,2, da 49,4), coerente con quella mostrata dalla fiducia delle imprese del settore; secondo il PMI, ciò awiene grazie all’attenuarsi delle pressioni sui costi e a una risalita della domanda interna.

Export ancora in calo. A maggio l’export di beni diminuisce di -0,4% a prezzi costanti (-2,6% in aprile): nei primi cinque mesi resta comunque in crescita, a un ritmo inferiore alla media di lungo periodo. Molto eterogenee le dinamiche geografiche e settoriali: in aumento le vendite verso Svizzera e Cina, sostenute da metalli e farmaci; forte accelerazione verso il Mercosur (+21,2% tendenziale) nel 1° mese di applicazione dell’Accordo, grazie ai macchinari, oltre ai farmaci, in calo verso Turchia, Spagna, USA.

Eurozona: rimbalzo dei servizi. A maggio la produzione industriale è aumentata in Spagna (+1,2%) e anche in Germania (+0,8%), dove è divenuta positiva la crescita acquisita nel 2° trimestre; stagnante in Francia (-0,1%). A giugno, il PMI manifatturiero è rimasto quasi neutrale in Germania (50,3), è tornato espansivo in Francia (51,2), mentre è sceso sotto la soglia in Spagna (49.7). Nei servizi, rimbalzo diffuso dopo la flessione dovuta alla guerra, ma solo la Spagna ritorna in territorio espansivo (54,2).

USA in rallentamento. Mentre la FED ribassa le previsioni di crescita dell’economia, la produzione industriale a giugno aumenta meno delle attese (+0,1%; ma +1,0% nel 2° trimestre). Rimangono espansivi, anche se in calo, gli indici dei direttori degli acquisti di Chicago, PMI e ISM manifatturiero. La variazione degli occupati evidenzia, però, un peggioramento inatteso del mercato del lavoro americano, il quale tino a giugno-luglio non ha ancora intaccato la fiducia dei consumatori.

Cina trainata dall’export. Nel 2° trimestre il PIL cinese ha rallentato a +4,3% annuo (+5,0% nel 1), sotto il target (4,5-5,0%): pesano la debolezza della domanda interna (investimenti -5,7% annuo nel semestre, vendite al dettaglio +1,0% a giugno) e lo shock petrolifero. Tiene invece l’industria: produzione a +5,3%0 annuo a giugno e PMI manifatturiero in espansione per il settimo mese (51,7); a trainare è l’export (+27,0% annuo, massimo da fine 2021), spinto dal boom dei semiconduttori, legato all’IA.

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