Il vescovo alle istituzioni “Siate credibili e costruite l’appartenenza”
E’ iniziata puntuale alle 11 nella Basilica di S. Antonino la cerimonia religiosa in occasione del santo patrono di Piacenza. Officiata davanti alle autorità laiche dal vescovo Adriano Cevolotto la celebrazione si è conclusa con la consegna dell’Antonino d’oro all’ong piacentina Africa Mission Cooperazione e Sviluppo . Nella chiesa presenti anche i rappresentati delle altre confessioni, della comunità islamica, ebraica e ortodossa, come ha rimarcato all’inizio della sua omelia lo stesso vescovo.
Con le sue parole, Cevolotto ha sottolineato il ruolo essenziale delle istituzioni cittadine richiamandosi al valore dell’appartenenza e del bisogno dell’altro: “Quando parlo di istituzioni, – ha precisato il vescovo – mi riferisco non solo a quelle politiche, amministrative, religiose, militari o giudiziarie. Ma penso anche ad altre istituzioni non meno importanti come quelle scolastiche, come le istituzioni familiari. Abbiamo bisogno di essere contenuti da confini istituzionali. Ho detto che anche le istituzioni nel loro insieme devono custodire il proprio valore dando prova di credibilità e di responsabilità. Il modo per custodire il valore del ruolo istituzionale che investiamo è assumere con serietà il compito che ci è affidato. Non con profilo minimalista, ma esprimendo il meglio di noi stessi e il meglio dell’istituzione che rappresentiamo”.
Nella sua omelia, il vescovo ha ricordato la figura di Antonino: “Un soldato della legione, nell’iconografia viene mostrato a cavallo con la spada riposta nel fodero secondo un’antica rappresentazione”. “Il patrono è colui che ha il compito di custodire la città – ha sottolineato – ma con la forza morale con la fede, custode non tanto del perimetro urbano, ma cosa più impegnativa della convivenza che trasforma il perimetro urbano in una civitas. Vale a dire un tessuto sociale relazionale che rende uno spazio geografico umano, un luogo di vita”. “Oggi i nemici della civitas sono più difficili da individuare – ha detto il vescovo – e dovremmo concordare nel cercare di più all’interno che all’esterno, e quando come è accaduto di recente si agitano pericoli etnici o religiosi, vedi la presunta islamizzazione di Piacenza, si tratta di operazioni ad effetto che in realtà impediscono di affrontare le reali minacce a una convivenza. E allora, se vogliamo essere seri, riconosciamo la fatica di cogliere i veri pericoli e il motivo della loro minaccia la convivenza”.
“E’ difficile perché sono diversi – ha proseguito – sono complessi perché richiedono una sapiente visione della realtà, unita alla disponibilità a mettersi in gioco in una fase di cambiamento. E allora vorrei insieme lasciarci guidare dalla pagina di Paolo, la prima lettera ai Corinti che abbiamo sentito nella seconda lettura, che usa l’immagine del corpo umano. Un’immagine di straordinaria attualità ed efficacia perché evidenzia il valore centrale dell’appartenenza; ciascuno è parte di una realtà più grande e il suo valore gli viene proprio da questo legame, da intrecci che si devono coltivare”. “Nel termine appartenenza – ha puntualizzato il vescovo – è contenuta una tensione, un andare verso. L’appartenenza va costruita, non è solo ricevuta. L’apostolo dice che l’essere parte non lo decidiamo noi, ma a ciascuno è affidato il compito di orientare la propria persona e il proprio agire verso quella partecipazione al corpo. Ne deriva la necessità di cogliere prima e di custodire insieme la bellezza della varietà di un corpo, di un corpo sociale, di un corpo ecclesiale”.
“E se fosse proprio qui uno dei pericoli più grandi che minacciano oggi la nostra civitas?”- si è chiesto il vescovo. “Se la qualità di un corpo è il grado di appartenenza, da che cosa bisogna guardarsi per non indebolire questa appartenenza? Verrebbe subito da dire, lasciandoci guidare da San Paolo, che occorre guardarsi da ogni operazione di selezione o di esclusione, che porti a dire non ho bisogno di te“. “Ci sono tanti modi per affermare che l’altro non mi interessa, che ne possiamo fare a meno, che ne vogliamo fare a meno. Rispetto ad una convivenza è pericolosa e disgregante questa logica; viceversa è virtuosa e costruttiva la ricerca delle ragioni del valore dell’altro”. “Però se c’è questa fiducia, – ha proseguito Cevolotto – la domanda che nasce o che può nascere, perché ho bisogno di te? Infatti si può giungere a dire ho bisogno di te perché si scopre il suo valore, la sua complementarietà rispetto alle proprie capacità e alle proprie competenze. In questa occasione, permettetemi di soffermarmi sulla funzione essenziale delle istituzioni. Dentro all’immagine paolina del corpo esse ci ricordano che in quanto corpo abbiamo delle leggi che ci anticipano, che ci superano e che ci consegnano a delle relazioni di cui abbiamo bisogno”.
“Quando parlo di istituzioni, – ha precisato il vescovo – mi riferisco non solo a quelle politiche, amministrative, religiose, militari o giudiziarie. Ma penso anche ad altre istituzioni non meno importanti come quelle scolastiche, come le istituzioni familiari. Diversi episodi di cronaca anche nel nostro territorio confermano la perdita del rispetto verso le istituzioni e i loro rappresentanti, e non solo tra le nuove generazioni. Pensiamo più a monte al debole senso di rispetto dei figli verso i genitori, e verso gli altri adulti in genere. A cui si associa la mancata o meno debole alleanza tra adulti che alimenta pericolosamente un discredito generalizzato”.
“Questo clima fa da incubatrice a quella cultura – ha sottolineato – che non vuole limiti al delirio di onnipotenza dell’io, che cresce senza apprezzare il debito verso chi lo precede. Facendo così crescere l’illusione di non aver bisogno di ciò di cui non può disporre. In realtà, abbiamo bisogno di essere contenuti da confini istituzionali. Ho detto che anche le istituzioni nel loro insieme devono custodire il proprio valore dando prova di credibilità e di responsabilità. Il modo per custodire il valore del ruolo istituzionale che investiamo è assumere con serietà il compito che ci è affidato. Non con profilo minimalista, ma esprimendo il meglio di noi stessi e il meglio dell’istituzione che rappresentiamo”.
“La responsabilità richiede anche l’assunzione del valore di ogni parte del tutto. In campo educativo i vari soggetti devono fare alleanza tra loro a livello amministrativo e politico, altrettanto dentro le regole della democrazia, con la convinzione che gli spettacoli che vengono offerti da chi deputato alla costruzione del bene comune sia tra le cause della disaffezione e del discredito crescente della politica, di qualsiasi funzione di governo. E allora dovere di tutti è alimentare il senso di appartenenza. In un clima di fiducia che nasce dalla valorizzazione del posto, della funzione occupato da ciascuno, leggo quest’anno anche la scelta di assegnare l’Antonino d’Oro Africa Mission. Anche per questa scelta oggi, come comunità diciamo abbiamo bisogno di voi”.
“In un recente incontro un volontario, – ha affermato nella sua omelia Cevolotto – raccontando la sua esperienza in Africa Mission affermava: ha fatto più bene in Italia che in Africa“. “L’associazione a cui diede vita Don Vittorione con l’appoggio e la spinta di monsignor Manfredini era nata dalla richiesta di aiuto proveniente da uno dei paesi più poveri dell’Africa. Abbiamo bisogno di cibo, abbiamo bisogno di acqua soprattutto abbiamo bisogno di essere visti di uno sguardo di attenzione per uscire dall’estraneità. Quante realtà ancora oggi ci sono invisibili? ed è proprio vero che aver familiarizzato con una povertà stabile alla fine ha sortito l’effetto di aver fatto nostra questa attenzione, l’Uganda è diventata più prossima. La presenza di Africa Mission ha contribuito a sentirsi maggiormente parte del mondo”. “Ecco un altro livello di appartenenza che dobbiamo maturare e coltivare. L’acqua che esce dai pozzi in Uganda serve anche a irrigare il terreno avido del nostro benessere. Contribuisce a lavare i nostri occhi e troppo spesso si chiudono. Abbiamo bisogno di avere sguardi che incrociano i volti che continuano a manifestare le contraddizioni delle sperequazioni tra il nord e il sud del mondo. Abbiamo bisogno per crescere in umanità. Allora chiediamo al nostro santo patrono la grazia dell’appartenenza per riuscire a dire ‘ho bisogno di te’. Chiunque tu sia e qualunque compito tu abbia, perché con te ciascuno può esprimere al meglio la propria identità e il proprio servizio. Per l’edificazione del corpo del quale tutti e ciascuno siamo fatti”.
LA DIRETTA VIDEO








