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Piacenza islamizzata? Le parole del vescovo e i doveri delle istituzioni

Tutti ricordiamo il vice presidente degli Usa Vance quando aveva attaccato il Papa in merito alla legittimità della guerra santa, di fronte ad un atteggiamento di netto rifiuto nei confronti di tutte le guerre; i politici hanno continuato nei combattimenti, ma il discorso del Pontefice rimane lì ad indicare l’unica strada per la riedificazione di una convivenza pacifica fondata sul rispetto e la cooperazione, quando certi stati vorranno abbandonare le ostilità e ritornare a camminare insieme.

Questo fatto, mutatis mutandis, possiamo trasferirlo all’omelia del Vescovo di Piacenza-Bobbio pronunciata nella Messa in onore di S. Antonino, il Patrono della città e dei commenti che ne sono derivati o che non sono intervenuti nei confronti della presenza degli islamici a Piacenza. Oggi i pericoli, sottolinea il presule, non vengono da fuori ma dall’interno della comunità, come l’islamizzazione di Piacenza: un falso. Sono notizie inventate ad arte, operazioni ad effetto che in realtà impediscono di affrontare le reali minacce alla nostra convivenza. Ad ascoltare nelle prime panche della basilica ci sono i rappresentanti delle altre religioni operanti nella nostra città, comunità islamica compresa. Il vescovo li ringrazia per la loro presenza che considera significativa. Non è la prima volta di questa partecipazione; gli esponenti della comunità cattolica hanno presenziato a feste musulmane, come la conclusione del Ramadan ed altre occasioni di incontro; ogni anno per l’Epifania si celebra la messa delle genti con tutte le bandiere delle comunità cristiane straniere presenti sul territorio. Insomma, la Chiesa piacentina va oltre il tradizionale momento ecumenico per l’unità dei cristiani, per affrontare la svolta interreligiosa più impegnativa presente sul nostro territorio.

Possiamo dire che la religione più della politica a Piacenza si interessi della nuova “civitas” formata dalla convivenza che trasforma l’agglomerato urbano in un tessuto sociale, relazionale, che rende uno spazio geografico un luogo umano. Ciascuno è parte di una realtà più grande e il suo valore gli viene proprio da questo intreccio tra le culture, che si devono scoprire e coltivare per creare una nuova appartenenza che non è solo un fatto burocratico o organizzativo, ma va costruita ogni giorno per cogliere e custodire la bellezza della varietà di un corpo sociale ed ecclesiale. Da che cosa bisogna guardarsi, si domanda il Vescovo, per non indebolire questa appartenenza? La risposta: da ogni operazione di esclusione che porti a dire “non ho bisogno di te”. Rispetto ad una convivenza, questa logica è pericolosa e disgregante; diversamente è virtuosa e costruttiva la ricerca delle ragioni del valore dell’altro. Se c’è la fiducia, la domanda che può nascere invece è: “perché ho bisogno di te?” Perché si scopre il suo valore e la sua complementarietà rispetto alle proprie capacità e competenze. Le figure istituzionali, in bella mostra, non hanno sentito il bisogno di unirsi ad una tale esortazione, lasciando il commento al ruolo anonimo della stampa locale e di chi saltuariamente vi partecipa. Dal microfono aperto nasce quasi una forma di ironia: il Vescovo si occupi di S. Paolo, ma non neghi il processo di islamizzazione in atto a Piacenza, sebbene l’omelia del Santo Patrono sia rivolta alla città. Le preoccupazioni dei cittadini nei confronti di incresciosi fatti di cronaca sono da controllare, si capisce, attraverso la repressione; sembra che sia solo la religione che oggi possa indicare un’altra via, come per la pace. La politica piacentina: non pervenuta!

La paura di come si farà a difendere i valori cristiani deve fare i conti con il cambiamento della composizione del corpo sociale e con le strategie di ristrutturazione della società stessa, che riguarda la scuola, il lavoro, la casa, di cui la politica si dovrebbe occupare ma invece all’avvicinarsi delle elezioni meno se ne parla e meglio è. Non si tratta quindi di rannicchiarsi di fronte al pericolo islamico, magari utilizzato per motivi elettorali, da indicare ad una comunità, quella piacentina, anziana e decadente sul piano demografico, che pare senza futuro, se non si riferisce agli immigrati. La sopravvivenza della nostra comunità è la costruzione di questa nuova appartenenza, come dice il Vescovo, guardando al futuro con una nuova cittadinanza e non cercare di lucrare qualche consenso girati all’indietro. Il dialogo interreligioso ritorna ad essere un’opzione verità per l’integrazione e non la percezione dell’islamizzazione su cui cerca di speculare la politica.

I musulmani stanno prendendo sempre più potere? Forse perché non ci sono altri a mandare avanti la baracca? E’ ora di non indulgere alla separazione tra le diverse culture e religioni, di questo errore si stanno accorgendo in Paesi stranieri che hanno fatto dell’assimilazione il modello sociale. La stessa letteratura islamica evidenzia che una parte di tale popolazione, che vive e lavora in occidente, ha sempre più un’aspirazione a vivere in una società laica, fuori dall’integralismo pan religioso, e soprattutto i giovani, di seconda o terza generazione, sono disponibili a collaborare con i loro amici autoctoni ed a partecipare alla vita di comunità regolata in maniera democratica. Le ultime indagini statistiche sulla popolazione rilevano una crescita continua dei piacentini, un trend che evidenzia che al traguardo del 2050 il nostro territorio è fra i pochi in Italia che continua ad aumentare gli abitanti; i nuovi italiani sul territorio provinciale sono aumentati del 6,6%. Alla fine del 2025 gli stranieri sono 44.181 su una popolazione italiana di 244.628: l’incremento è dovuto esclusivamente ai nati all’estero che riescono ancora a compensare le perdite dei nati in Italia (-1089), con prevalenza delle zone pianeggianti, con maggiori opportunità di insediamento e di lavoro, quando le aree collinari rischiano un maggiore spopolamento e abbandono.

Andando a vedere com’è la vita concreta attraverso istantanee scattate dalla stampa locale, si nota che persone, pur esibendo abbigliamenti particolari, convivono in diversi luoghi di aggregazione in maniera positiva, per non parlare poi dei bambini, che a scuola o nel quartiere giocano insieme senza evidenziare differenze, con un livello di soddisfazione elevato se ci sono adeguati servizi. Le periferie di Piacenza non possono essere assimilate alle banlieue francesi, dove prevale la presenza di comunità straniere spesso in situazioni di disagio e di degrado; il modello dell’integrazione, praticato in generale nel nostro Paese, favorisce i rapporti tra le persone, le famiglie e le comunità, inizia dalla scuola con l’aiuto di associazioni di volontariato impegnate soprattutto nell’insegnamento della lingua italiana e nelle pratiche di cittadinanza. Si vorrebbe una presenza più attiva delle istituzioni non limitata al welfare o alla burocrazia, che spesso aumenta le difficoltà, a parte la questione della cittadinanza italiana, ancora preda di un’anacronistica normativa, dove sembra quasi che l’accoglienza, avvenuta di fatto nelle relazioni, venga diffidata dalle istituzioni con il richiamo costante alla sicurezza, che non corrisponde al calo dei reati evidenziati dalle forze dell’ordine, impattando più sulla percezione che sulla realtà.

Negli ultimi anni il volto della città è cambiato, in diversi quartieri si incontra il mondo e non si può più dire che si tratta di zone degradate: la differenza rispetto all’inizio del periodo migratorio la fanno i servizi, attraverso i quali passa il risanamento anche di realtà problematiche. Alle istituzioni si chiede di accompagnare la crescita di queste “nuove” comunità, favorendo spazi di partecipazione di questi nuovi cittadini alla vita pubblica, rafforzando così l’appartenenza e non fomentando la diffidenza che può portare al conflitto. L’integrazione costruisce ogni giorno una normalità che per le generazioni precedenti sarebbe stata impensabile. La presenza delle comunità religiose, degli oratori, delle attività sportive, delle opere caritative migliorano l’apertura verso gli altri e il dialogo, quasi un presidio costante sul territorio con competenze educative e di socializzazione prima ancora che comunità di fede. Il discorso del Vescovo per S. Antonino si inserisce proprio in questa logica: il richiamo alla comunità a mettersi in gioco, altrimenti crescono la disaffezione dei cittadini verso la politica ed alle funzioni di governo: “Nessuno può essere da solo regola di se stesso”.

Gian Carlo Sacchi

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