Il meglio e il peggio di noi IL COMMENTO
Più informazioni su
Il meglio e il peggio di noi – La riflessione di Mauro Peveri
Gli straordinari risultati degli italiani agli Europei di atletica e di nuoto mi hanno ispirato una riflessione che va oltre lo sport.
Perché riusciamo a esprimere il meglio proprio dove il risultato è misurabile e non si può fingere? Atletica, nuoto, tennis, motorsport: mondi diversi, ma accomunati da una regola semplice. Alla fine conta quanto vali. Nello sport contano relativamente poco il cognome, la famiglia di provenienza, le conoscenze o le raccomandazioni. Prima o poi arriva il momento della verità: il cronometro, la misura, il risultato, la classifica. È forse questa una delle ragioni per cui lo sport italiano riesce oggi a produrre eccellenze straordinarie mentre il Paese, da decenni, sembra incapace di esprimere una classe dirigente della stessa qualità?
Da una parte vediamo ragazzi e ragazze raggiungere risultati che fino a pochi anni fa sembravano impensabili, anche in discipline nelle quali eravamo comprimari. Dietro quelle vittorie ci sono talento, sacrificio, preparazione, organizzazione e selezione.
Dall’altra assistiamo a un dibattito pubblico che troppo spesso sembra occuparsi di tutto tranne che delle grandi questioni del Paese: si discute dei presunti tratti somatici degli italiani, di complotti, retroscena e candidature fantasiose, mentre restano sullo sfondo produttività, scuola, ricerca, infrastrutture, pubblica amministrazione e competitività. Esiste allora un cortocircuito tra il Paese reale e chi dovrebbe rappresentarlo, governarlo o proporsi come alternativa? Forse il problema è proprio il diverso sistema di selezione. Nello sport non puoi dichiararti campione: devi dimostrarlo. Se corri, c’è un tempo; se nuoti, un cronometro; se giochi a tennis, qualcuno deve vincere il punto. In molti altri settori della società italiana, invece, i criteri di selezione sembrano assai meno trasparenti. Talvolta vengono premiati non il merito, la preparazione e i risultati, ma l’ambizione personale, la furbizia, l’appartenenza, l’amichettismo, la capacità di frequentare gli ambienti giusti, la famiglia di provenienza, le raccomandazioni. E persino una certa disinvoltura nel parlare di ciò che non si conosce.
Il problema non riguarda soltanto la politica, ma anche una parte delle professioni, delle istituzioni, della pubblica amministrazione, delle aziende e dell’università. Ed è forse qui che dovremmo guardare allo sport come a un modello. Se siamo riusciti a diventare competitivi in discipline nelle quali una volta eravamo quasi delle schiappe, significa che abbiamo saputo migliorare metodi, preparazione, strutture e capacità di individuare i talenti. Soprattutto, abbiamo costruito un sistema nel quale chi è bravo può emergere. Forse è proprio questo ciò che servirebbe all’Italia: selezionare le persone per capacità, misurarle sui risultati, premiare chi funziona, sostituire chi fallisce e affidare responsabilità a chi ha dimostrato di meritarle. In altre parole, mettere al centro le qualità dei protagonisti invece delle amicizie compiacenti. Perché osservando i nostri atleti è difficile sostenere che all’Italia manchino talento, intelligenza o capacità di competere. Forse ciò che troppo spesso ci manca è un sistema capace di riconoscerli.
Mauro Peveri








Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di PiacenzaSera, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.