Infortuni sul lavoro, a Piacenza +8,3% nei primi sei mesi del 2026
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“I numeri raccontano una situazione che non può lasciare indifferenti. Nei primi sei mesi del 2026, in Emilia-Romagna gli infortuni sul lavoro denunciati sono stati 41.056, contro i 38.280 dello stesso periodo del 2025: un aumento del 7,3%. A Piacenza la crescita è ancora più marcata: 2.378 denunce, 183 in più rispetto alle 2.195 del primo semestre dello scorso anno, pari a un incremento dell’8,3%”. Sono dati che impongono una riflessione sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. E lo fanno, sottolinea Bruno Carrà, coordinatore dei e delle Rappresentanti dei Lavoratori per la sicurezza della Cgil di Piacenza, partendo da numeri “circostanziati” e riferiti al periodo più recente oggi disponibile.
Il quadro regionale presenta anche un dato apparentemente in controtendenza: le denunce di infortunio con esito mortale sono state 37, contro le 41 del primo semestre 2025, con una diminuzione del 9,8%. Di questi decessi, 27 sono avvenuti in occasione di lavoro, pari al 73%, mentre 10 sono avvenuti in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa. A Piacenza, nello stesso periodo, gli incidenti mortali sono stati due. “Morire sul lavoro è ingiusto, non è mai una fatalità”, è la posizione netta espressa da Carrà. Per la Cgil piacentina, dietro ogni morte sul lavoro non c’è un destino inevitabile, ma il risultato di un sistema che deve essere ripensato laddove non riesce a garantire la sicurezza e il diritto fondamentale di ogni lavoratrice e lavoratore a tornare a casa dopo la propria giornata.
“Entrando nel dettaglio dei 2.378 infortuni denunciati a Piacenza nei primi sei mesi del 2026, 119 riguardano l’agricoltura, il 5% del totale. Sono invece 1.774 quelli relativi a Industria e Servizi, pari al 74,6%, mentre 484 hanno interessato statali e lavoratori pubblici, il 20,4%. La distribuzione per genere evidenzia 1.523 uomini coinvolti, pari al 64%, e 855 donne, il 36%. Anche la provenienza dei lavoratori restituisce una fotografia significativa: gli italiani sono 1.506, il 63,3%; gli extracomunitari 781, il 32,8%; gli altri cittadini europei 91, pari al 3,8%. Numeri che, secondo il sindacato, confermano come la prevenzione debba essere rafforzata in maniera strutturale e non affrontata soltanto quando l’emergenza si è già verificata. Il problema non riguarda soltanto gli incidenti. In Emilia-Romagna, nel primo semestre 2026, le denunce di malattia professionale sono state 4.932, contro le 4.152 dello stesso periodo del 2025. L’incremento è del 18,8%. A Piacenza si passa invece dalle 122 denunce del 2025 alle 138 dei primi sei mesi del 2026, con una crescita del 13,1%. Il dato piacentino rappresenta il 2,8% del totale regionale. Delle 138 denunce, 10 riguardano l’agricoltura, il 7,2%; 126 Industria e Servizi, il 91,3%; due il pubblico impiego, l’1,4%; gli uomini sono 94, il 68,1%, mentre le donne sono 44, il 31,9%. Gli italiani sono 106, il 76,8%; 29 gli extracomunitari, il 21%; tre gli altri cittadini europei, il 2,2%”.
Il ragionamento della Cgil parte da un dato nazionale altrettanto pesante. Nei primi sei mesi del 2026, secondo i dati Inail riportati nella nota, in Italia sono arrivate 213.985 denunce di infortunio, contro le 204.364 del primo semestre 2025: un aumento del 4,7%. Sono inoltre 342 le persone morte in occasione di lavoro tra gennaio e giugno. “C’è un vero allarme infortuni”, sostiene Carrà, chiedendo di alzare il livello di attenzione su tutto il tema della salute e della sicurezza. Le regole, osserva il sindacato, esistono. Il riferimento principale è il decreto legislativo 81/2008, il cosiddetto Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, che attribuisce al datore di lavoro precisi obblighi nella valutazione dei rischi, nella prevenzione, nella protezione e nella formazione dei lavoratori. Il problema, secondo la Cgil, è far sì che quelle norme vengano effettivamente applicate. “Ci vuole un cambio di passo deciso perché su un diritto simile non possono essere compresi passi indietro”, afferma Carrà. E per questo servono più controlli, più severità e risorse adeguate per l’attività ispettiva, con particolare attenzione alle filiere e agli appalti.
Un altro punto riguarda la formazione. Non può essere, secondo la Cgil, un adempimento puramente formale, ma deve essere costruita sui rischi realmente presenti nelle singole aziende e deve produrre risultati verificabili nei comportamenti quotidiani. Un tema diventato ancora più urgente anche alla luce delle temperature estreme, che sempre più spesso non rappresentano più un’eccezione. “Bisogna riprogettare l’intero insieme affrontando i problemi e non voltarsi dall’altra parte: questa è la nostra battaglia”, ribadisce Carrà. La richiesta è quindi quella di rafforzare il ruolo degli RLS e degli RLST, aumentare i controlli e costruire una prevenzione capillare, superando una gestione della sicurezza legata soltanto alla risposta all’emergenza. In questo quadro, la Cgil rivendica una presenza quotidiana nei luoghi di lavoro attraverso le rappresentanze sindacali, RSU e RSA, chiamate ad ascoltare lavoratrici e lavoratori, affrontare i problemi e trasformare i bisogni individuali in rivendicazioni collettive. “Il sindacato vive ogni giorno nei luoghi di lavoro”, sottolinea Carrà, ricordando anche il ruolo degli RLS e degli RLST.
La richiesta finale è rivolta a tutte le componenti del mondo del lavoro e alle istituzioni chiamate a vigilare sul rispetto delle norme. “Tante sono le persone uscite di casa per andare a lavorare che non sono più tornate”. E proprio per questo, conclude la Cgil, l’obiettivo di una sensibile riduzione degli infortuni e della cosiddetta “visione zero” non può essere considerato un traguardo astratto, ma una responsabilità concreta da perseguire attraverso prevenzione, controlli, formazione e maggiore tutela.







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