Liste d’attesa e case di riposo, Favari “Urgente una rete di servizi intermedi”
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Un incontro in casa di riposo
Liste d’attesa: c’è un’altra sanità che aspetta in silenzio. Anche a Piacenza – Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Paolo Favari direttore della Casa di Riposo “Giuseppe Gasparini” e Presidente Territoriale Confapi Filiera Salute, Università e Ricerca, in merito al tema delle liste di attesa nelle Residenze per Anziani.
Da anni si discute di liste d’attesa, ma la discussione pubblica resta quasi sempre dentro i confini del mondo della sanità: visite specialistiche, esami diagnostici, interventi chirurgici. È una battaglia giusta e necessaria. Ma esiste un’altra lista d’attesa, altrettanto lunga e forse più drammatica nelle sue conseguenze quotidiane, di cui quasi nessuno parla: quella per entrare in una Rsa. E mai come nel periodo estivo il tema diventa di prim’ordine. Si tratta, infatti, di un problema nazionale spesso senza voce con numeri, che quando li si va a cercare, sono impressionanti. Le stime più recenti parlano di oltre 242.000 anziani in lista d’attesa per un posto in struttura residenziale in Italia, e stimando una permanenza media in struttura di circa 28 mesi, smaltire l’arretrato accumulato richiederebbe anni, anche se da oggi non si aggiungesse più nessuno alla lista. Perché, allora, questo tema resta ai margini del dibattito pubblico mentre le liste ospedaliere occupano prime pagine e question time parlamentari?
Alcune ragioni sono strutturali. Primo: le liste d’attesa ospedaliere violano un diritto codificato, i tempi massimi dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria, sanzionabile e misurabile per legge; le RSA rientrano nei LEA sociosanitari, ma senza tempi massimi altrettanto stringenti, quindi non fanno scattare lo stesso automatismo istituzionale. Secondo: il costo dell’attesa qui è privatizzato e invisibile. Chi aspetta un posto in RSA raramente finisce in un pronto soccorso a fare notizia: si arrangia in casa, con una badante, con un familiare che riduce l’orario di lavoro o rinuncia a una vita propria. Il problema non esplode, si consuma silenziosamente dentro le mura domestiche. Terzo: la competenza è frammentata fra Comuni, Aziende sanitarie e Regioni, e quando la responsabilità è di tutti, facilmente non è di nessuno. Infine, manca un dato nazionale unico e standardizzato: solo alcune Regioni pubblicano numeri ufficiali, altrove il bisogno resta stimato per approssimazione. Senza un numero condiviso e riconoscibile, manca anche la pressione mediatica capace di trasformare un disagio privato in un’emergenza pubblica. Se il problema è nazionale, a Piacenza assume un rilievo particolare, perché anche la nostra provincia invecchia rapidamente ed è già oggi fra i territori demograficamente più fragili dell’Emilia-Romagna. C’è un altro dato che dovrebbe far riflettere chi si occupa di politiche sociali locali: oltre il 40% dei nuclei familiari piacentini è ormai composto da una sola persona, e un quarto di questi nuclei unipersonali è formato da un over 75 che vive solo. È la fotografia esatta del rischio di fragilità sociosanitaria: persone anziane, spesso sole, senza una rete familiare quotidiana su cui contare, per le quali il passaggio dall’autonomia alla non autosufficienza può avvenire in tempi rapidi e senza rete di protezione.
Il vero nodo non è scegliere tra “più RSA” (CRA per l’Emilia Romagna) o “più assistenza domiciliare” come spesso si semplifica nel dibattito pubblico. Il problema è che in Italia, manca quasi del tutto la filiera di servizi intermedi che altrove in Europa è ormai la norma: quello spazio di soluzioni a metà strada fra la propria casa, spesso non adatta a un anziano non autosufficiente, e la residenza, che dovrebbe restare l’ultima tappa e non l’unica alternativa disponibile. Cosa potrebbe voler dire, concretamente, costruire questa filiera sul nostro territorio. Un primo passo è la creazione di piccole strutture intermedie diffuse: appartamenti protetti per gruppi di quattro o cinque anziani, con assistenza condivisa attiva ma non ospedaliera, ricavabili anche da edifici pubblici o del terzo settore già esistenti nei centri storici e nei paesi della provincia, da Bobbio a Fiorenzuola, da Castel San Giovanni a Bettola. Un modello di questo tipo costa meno di una RSA tradizionale, mantiene l’anziano nel proprio contesto sociale e allenta la pressione sulle liste d’attesa delle strutture grandi. Un secondo intervento riguarda i centri diurni integrati, oggi ancora troppo pochi e concentrati quasi solo nel capoluogo. Un centro diurno ben distribuito sul territorio provinciale permette a un anziano fragile di restare a casa la sera e la notte, alleggerendo il carico dei familiari, e funziona da filtro che ritarda o talvolta evita del tutto l’ingresso in CRA.
Un terzo tassello è il sollievo programmato per i caregiver: posti letto temporanei, prenotabili con certezza per due o tre settimane l’anno, destinati a chi assiste un familiare non autosufficiente a casa. Senza questa valvola di sfogo, molte famiglie piacentine arrivano allo stremo e chiedono l’ingresso definitivo in RSA non perché sia la soluzione migliore, ma perché è l’unica ancora disponibile. Un quarto elemento, forse il più urgente vista la percentuale di anziani soli emersa dai dati demografici, è la figura del case manager territoriale, che segua la persona fragile fin dai primi segnali di difficoltà, coordinando medico di base, servizi sociali comunali e Ausl, sul modello sperimentato in Francia con il progetto PAERPA. Oggi a Piacenza, come nella gran parte d’Italia, la presa in carico spesso comincia solo quando la crisi è già esplosa, ed è proprio in quel momento che la persona finisce, quasi per default, in lista d’attesa per una RSA. Un quinto fronte è quello del personale: senza infermieri, Operatori socio sanitari e geriatri in numero sufficiente, ogni nuovo posto letto o servizio intermedio resta un progetto sulla carta. La Germania ha aumentato in tre anni i salari minimi degli operatori della non autosufficienza fino al 33%: un segnale che senza investire su chi lavora nella cura, nessuna riforma dei servizi può reggere. Piacenza ha tutte le caratteristiche demografiche per diventare, se lo si vuole, un laboratorio di queste soluzioni: una provincia non enorme, con una rete di Comuni, terzo settore e Ausl che può più facilmente di una grande area metropolitana sperimentare un modello di filiera integrata. La domanda che dovrebbe animare il dibattito pubblico locale non è più soltanto “quanti posti letto mancano” ma “che rete di servizi vogliamo costruire prima che la CRA diventi l’unica strada”.








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