Ottone ricorda Giorgio Caproni. Il figlio “Con i suoi versi continua a vivere, questa era la sua valle”
Perché ristampare i racconti di Giorgio Caproni, uno dei più grandi poeti del ’900, con il marchio locale Edizioni Low? “Amore per l’Alta Val Trebbia e per la memoria sono valori comuni al poeta e alla giovane casa editrice piacentina”. A spiegarlo è stato lo scrittore Gabriele Dadati, membro del comitato editoriale di Low, durante la presentazione della nuova edizione de “Il labirinto”: un volume di racconti di Caproni, pubblicato per la prima volta negli anni ’80 da Rizzoli e oggi ristampato.
Omaggio al poeta e alle sue rare ma riuscite incursioni nella narrativa, l’incontro si è tenuto lo scorso 23 agosto nei giardinetti di Ottone a lui dedicati, cornice ideale per rievocare i suoi testi ambientati in alta Val Trebbia. Oltre a Gabriele Dadati, sono intervenuti Luca Fiorentini, professore associato all’Università La Sapienza di Roma, e Attilio Mauro Caproni, figlio del poeta. Presenti a dare il benvenuto anche Maria Lucia Girometta, vicesindaco di Ottone, e Giancarlo Bianchessi, presidente della Proloco.
È ancora Dadati a spiegare il percorso editoriale della nuova pubblicazione, un progetto nato un po’ per caso e molto per passione, grazie a persone che ci hanno creduto. “Tutto è cominciato a Natale, quando l’amico Luca Fiorentini mi ha regalato una vecchia edizione de ‘Il labirinto’, trovata per caso su una bancarella a Roma – ha raccontato lo scrittore piacentino -. Io ho letto e amato Caproni fin dal liceo, ma non conoscevo ancora questi racconti dalla prosa cristallina. Li ho trovati di una bellezza straordinaria e, quando mi sono reso conto che non si trovavano più in commercio, ho proposto ai colleghi di Low di ristamparli. Il passo successivo è stato contattare i figli del poeta, Attilio Mauro e Silvana Caproni, che hanno dato con piacere il loro consenso al progetto. E poi ottenere un accordo con Garzanti per fare un libro su licenza”. “Nasce così questo volume di prose, che oggi potete acquistare – continua -: sono tre racconti scritti negli anni ‘40, in clima di guerra, anche se non in ordine cronologico. Il primo, ‘Giorni aperti’, è una traversata da un lato all’altro del fronte; il secondo, ‘Il labirinto’, dà il titolo al libro ed è uno dei primi racconti resistenziali della nostra letteratura; il terzo, ‘Il gelo della mattina’, si svolge in anticipo di qualche anno rispetto agli altri due ed è un congedo tra innamorati. Due su tre sono ambientati a Loco, in queste zone. Abbiamo voluto riconsegnare questi testi per il puro piacere di leggerli e riscoprirli, senza intenti accademici”.
La parola è passata poi a Fiorentini per un commento critico ai testi. “Il valore di queste prose non è solo letterario, ma anche storico ed esegetico – ha osservato -. Sappiamo del rilievo storico de ‘Il labirinto’ per la narrazione della Resistenza in Val Trebbia, ma i tre brani forniscono chiavi di lettura utili per interpretare tutta la poesia di Caproni; da qui il loro carattere esegetico”. Per dimostrare questo aspetto, lo studioso si è focalizzato su “Il gelo della mattina”, racconto dell’ultimo dialogo tra il poeta – che qui usa uno pseudonimo – e la sua prima fidanzata Olga Franzoni, morta per malattia. A questo brano ha quindi accostato alcune poesie di “Come un’allegoria”, prima raccolta dell’autore, per evidenziare immagini e temi ricorrenti nella sua poetica: l’alba come momento funereo, l’evanescenza di ciò che l’uomo percepisce attraverso i sensi e l’influenza di Dante, eco sempre presente nella contrapposizione, fondamentale per lo scrittore, tra il tempo della vita proprio della poesia e il tempo della storia. Il professore ha quindi concluso il suo intervento leggendo alcune righe della lirica “Ottone”. Omaggio di Caproni al paese, anche qui ritornano gli stessi temi.
A concludere è stato Attilio Mauro Caproni, che ha parlato del non facile rapporto del padre con la narrativa. “‘Sono racconti scritti per forza’, così ha dichiarato mio padre in un’intervista a proposito di questi testi – ricorda il figlio -. I suoi amici e colleghi (da Morante a Bassani, passando per Calvino) lo hanno sollecitato più volte a coltivare la prosa e a scrivere un romanzo, ma lui ha sempre mostrato resistenza, sostenendo che la narrativa veniva dopo la poesia. Ha voluto comunque pubblicare questi racconti mentre era in vita, il che vuol dire che li sentiva suoi”. “Di nostro padre ci manca la vivacità intellettuale – ha poi ammesso -. In famiglia si comportava normalmente: molto affettuoso con i figli, non amava mettersi in mostra. Ma noi abbiamo sempre percepito che aveva una marcia in più. Siamo contenti che non sia stato dimenticato, con i suoi versi continua a vivere”. Il suo rapporto con la Val Trebbia? “Amava la spontaneità dei luoghi – ha spiegato -, ha vissuto qui l’esperienza sanguinosa della guerra civile e della lotta partigiana, e qui ha poi ritrovato la sua identità e la sua pace. Luogo d’origine di mia madre e dei miei nonni, questa valle è diventata anche di mio padre. Ancora oggi io e mia sorella passiamo qui le estati”.
Micaela Ghisoni


