Quella serata alla Trattoria dell’Orologio con Guccini e la nonna “piacentina”
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Vittorio Cervigni ha raccolto il nostro appello dopo la scomparsa di Francesco Guccini. Abbiamo chiesto infatti ai lettori di scrivere un ricordo personale del grande cantautore, a partire dal suo concerto tenuto a Piacenza nel 1980 allo stadio della Galleana (qui le foto). Ecco lo scritto che in realtà contiene tanti ricordi vividi e pure esilaranti.
Premetto subito: io a quel concerto del 1980 non sono sicurissimo di esserci stato, perché si sovrappongono i ricordi di tanti altri concerti, come quello di Castel San Giovanni, credo nel 1977, quando raccontò di avere una nonna del posto, lasciando intendere con una battuta (“ho quindici nonne!”) che fosse una piaggeria verso il pubblico; e invece da uno dei suoi libri salta fuori che la nonna piacentina l’aveva davvero, di Mottaziana. O quello al Teatro Tenda di Brescia il 14 giugno 1985, con tutti a cantargli in coro “tanti auguri a te…” perché sapevamo che era il suo quarantacinquesimo compleanno; e poi ancora l’ultima volta che andai a sentirlo, al Palatrussardi il 17 settembre 1988.
Una costante di tutti i concerti di Francesco Guccini erano gli intermezzi fra una canzone e l’altra, ed erano anche la cosa più gustosa, al punto che si andava per quelli quasi più che per le canzoni (e mi rammarico di aver perso in qualche trasloco le registrazioni; sì, perché all’epoca si entrava ai concerti col registratore a pile e nessuno diceva niente); un po’ perché le canzoni le sapevamo a memoria e un po’ perché, complice la stanchezza o forse anche una bottiglia di troppo, lui certe volte dal vivo cantava abbastanza male. Negli intermezzi invece sapeva introdurre la canzone senza spoilerarla, faceva ridere prendendo e prendendosi in giro, divagava prima di tornare al punto, proprio come se si fosse in dieci intorno al tavolo di un’osteria. Una volta (forse proprio alla Galleana, di sicuro non a Castello) uno spettatore poco illuminato lo interruppe gridando: “ma canta!!” e lui: “la-la-la-laaa; piaciuto come vocalizzo?” e riprese a raccontare come se niente fosse.
L’ultimo e più vivo ricordo è però quello di una serata nella saletta sopra il Municipale insieme a Roberto Vecchioni, il 1° febbraio 1984, per un incontro-dibattito sulla canzone; fu gentile nel dissentire da una mia uscita volutamente provocatoria, e anche nell’autografarmi una bottiglia ormai vuota di Bianco di Ancarano dell’82 della cantina La Stoppa. Al termine della serata, con un po’ di amici ci facemmo coraggio a proporgli di venire con noi a bere qualcosa e ci invitò a seguire lui e gli organizzatori; e così finimmo tutti intorno a un tavolo della Trattoria dell’Orologio, in piazza Duomo, fino alle due di notte passate, noi a bere birra e lui Bourbon (anzi “un Borbone!), e a un certo punto saltò fuori che da bambino non pronunciava la “c” ma gli usciva una “t” e io commentai “certo che la lotomotiva non sarebbe suonata altrettanto bene” facendolo scoppiare a ridere di cuore. Poi, quella notte, tornando nella cittadina gardesana dove lavoravo, per un colpo di sonno per poco non finii in una brutta copia di “In morte di S.F.”, schivando di pochi centimetri un frontale con un autocarro. Per fortuna ci rimisi solo lo specchietto sinistro…
L’anno scorso, invece, gli feci avere una rivista su cui era stato pubblicato un mio articolo (“Guccini e il treno”) che ripercorreva le tantissime citazioni a tema ferroviario nelle sue canzoni e ricevetti un suo breve biglietto di ringraziamento. Non era firmato, ormai l’età stava facendo i suoi danni, ma si capiva che l’articolo l’aveva letto…perché ne contestava una parte!
Vittorio Cervigni








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