“Si parla molto di chi arriva, poco di chi se ne va. Spagna attrattiva per i giovani italiani”
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PIACENZA OLTRE: «SPAGNA SEMPRE PIÙ ATTRATTIVA PER I GIOVANI ITALIANI. PARLIAMO MOLTO DI CHI ARRIVA, TROPPO POCO DI CHI SE NE VA» – La nota di Piacenza Oltre
Quasi 480 mila espatri italiani tra il 2022 e il 2025. Nel 2024 circa 19 mila hanno scelto la Spagna. Piacenza Oltre: «Il vero problema è capire perché tanti giovani trovino all’estero opportunità e prospettive che faticano a trovare in Italia» Mentre il dibattito politico nazionale continua a concentrarsi soprattutto sull’immigrazione, c’è un altro fenomeno che meriterebbe maggiore attenzione: quello degli italiani, soprattutto giovani, che scelgono di costruire il proprio futuro all’estero. Da anni una parte della politica concentra buona parte della propria comunicazione sui temi che più facilmente parlano alla pancia delle persone: immigrazione, sicurezza, emergenze vere o presunte. Sono questioni che vanno affrontate seriamente e non negate, ma il rischio è che questa continua ricerca dell’emergenza finisca per lasciare in secondo piano problemi strutturali molto più difficili da risolvere e forse proprio per questo meno convenienti da raccontare.
Uno di questi è l’emigrazione italiana. I dati ISTAT dovrebbero occupare uno spazio molto maggiore nel dibattito pubblico. Gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 99 mila nel 2022, 114 mila nel 2023, 156 mila nel 2024 e 109 mila nel 2025. Quasi 480 mila partenze in quattro anni. Nel solo 2024 il saldo migratorio dei cittadini italiani è stato negativo per circa 103 mila persone e l’età media di chi ha lasciato il Paese era appena 32,8 anni. Sono numeri che dovrebbero preoccupare almeno quanto quelli che quotidianamente utilizziamo per discutere di immigrazione. Tra le destinazioni più scelte c’è proprio la Spagna, seconda nel 2024 dietro alla Germania, con il 12,1% degli espatri italiani: circa 19 mila persone in un solo anno. Il confronto con la Spagna è particolarmente interessante perché parliamo di un Paese per molti aspetti simile al nostro e certamente non privo di problemi. Anche la Spagna deve affrontare salari non sempre elevati, difficoltà nell’accesso alla casa e una disoccupazione giovanile importante. Eppure negli ultimi anni Madrid, Barcellona, Valencia e altri territori hanno sviluppato mercati del lavoro più internazionali ed ecosistemi dinamici, capaci di attrarre giovani e professionalità nei servizi avanzati, nella tecnologia, nel turismo, nelle nuove imprese e nelle professioni qualificate. Nelle scelte pesano lavoro e possibilità di carriera, ma anche autonomia, servizi, qualità della vita, ambiente sociale, clima e la percezione di vivere in un contesto aperto e capace di offrire prospettive.
Il confronto sui flussi dei propri cittadini è significativo: nel 2024 il relativo tasso migratorio era -1,5 per mille in Italia e +0,2 per mille in Spagna. Non significa che in Spagna tutto funzioni meglio, ma evidenzia una diversa capacità di trattenere e attrarre popolazione. Ed è proprio questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi maggiormente la politica italiana. È molto più semplice costruire una campagna politica su chi arriva sulle nostre coste che spiegare perché un ragazzo italiano di trent’anni, magari dopo anni di studio e formazione, decida di prendere un aereo e andare a lavorare a Madrid, Barcellona, Berlino o Parigi. Eppure per il futuro dell’Italia la seconda domanda è almeno altrettanto importante. L’emigrazione giovanile è un problema strutturale che viene da lontano e sarebbe scorretto attribuirlo al solo Governo Meloni. Ma dopo quasi quattro anni non emerge ancora una strategia sufficientemente incisiva per trattenere capitale umano, creare opportunità per le nuove generazioni e favorire il rientro delle competenze che abbiamo perso.
Il problema non si risolve con singoli bonus o incentivi temporanei. Servono salari e produttività più elevati, un mercato del lavoro che valorizzi competenze e merito, maggiore accessibilità alla casa, sostegno all’autonomia dei giovani, investimenti in università, ricerca e innovazione, un rapporto più stretto tra formazione e imprese e condizioni migliori per chi vuole avviare un’attività. Formare un giovane ha un costo enorme per le famiglie e per il sistema pubblico. Quando quel giovane trova altrove le condizioni per utilizzare le proprie competenze, non perdiamo soltanto una persona: perdiamo capitale umano, capacità produttiva, innovazione, natalità e una parte della nostra crescita futura. Questo dovrebbe essere uno dei grandi temi politici di un Paese che contemporaneamente invecchia, fa sempre meno figli e fatica a trovare lavoratori e professionalità in molti settori.
La mobilità internazionale resta naturalmente una ricchezza. Studiare e lavorare qualche anno a Madrid, Berlino, Parigi o in qualsiasi altra città europea può rappresentare un’esperienza straordinaria. Il problema nasce quando alla possibilità di partire non corrisponde una possibilità altrettanto concreta di restare o di tornare. Possiamo continuare a concentrare il dibattito pubblico quasi esclusivamente sull’immigrazione e sui temi capaci di generare una reazione immediata nell’opinione pubblica. Oppure possiamo iniziare a discutere con la stessa intensità di emigrazione, salari, casa, lavoro qualificato, autonomia dei giovani, innovazione e prospettive future. Perché un Paese dovrebbe certamente chiedersi chi entra e come gestire i flussi migratori. Ma dovrebbe preoccuparsi altrettanto di chi se ne va e soprattutto del perché lo fa. È su questo che dovremmo misurare l’efficacia delle politiche per le nuove generazioni: sulla capacità dell’Italia di offrire lavoro qualificato, autonomia, crescita professionale e prospettive sufficienti perché restare sia una scelta competitiva e tornare una possibilità concreta.








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