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Stranieri a scuola, si rischia un nuovo cortocircuito. Più dialogo tra culture

RISCHIA UN NUOVO CORTO CIRCUITO LA PRESENZA DEGLI STRANIERI NELLA SCUOLA

Si credeva di aver superato l’impasse per l’integrazione degli alunni stranieri nella scuola italiana, soprattutto in relazione alla prima ondata di ricongiungimenti familiari. Con una legge che prevedeva l’accesso dei nuovi arrivati, lo Stato si è dimostrato accogliente, anche se ha scaricato sulle scuole e sul volontariato nei territori le incombenze organizzative per la loro accoglienza e delle loro famiglie, a cominciare dall’insegnamento della lingua italiana. Si è persa l’occasione di utilizzare in maniera più efficace i mediatori linguistici e culturali, che avrebbero potuto fare da ponte tra le famiglie straniere e il sistema scolastico italiano non semplice da interpretare per eccesso di burocrazia.

All’inizio di questa esperienza sono stati proprio i mediatori a risolvere i problemi di rapporto, lasciati all’intervento anche finanziario degli enti locali, mentre si sarebbe potuto costituire anche con l’intervento delle università un profilo professionale che lo Stato avrebbe potuto incorporare nell’organico dei docenti. Si è voluto invece recuperare all’interno dell’insegnamento delle materie letterarie, una specializzazione, la cui assegnazione, come per tutti gli altri insegnamenti, è avvenuta con criteri amministrativi, in modo sempre insufficiente in base al crescente fabbisogno. Oggi i proclami del governo riguardano l’allarme per la mancanza dell’apprendimento linguistico la cui soluzione, invece che aumentare le risorse per tale intervento, minacciano ulteriori tetti per l’inserimento degli stranieri nelle classi. Nessuno nega l’importanza della lingua italiana, ma bisogna intendersi per quali obiettivi la stessa scuola debba impegnarsi sul fronte dell’integrazione degli stranieri.

Il ministro Valditara disprezza il multiculturalismo, ma la scuola italiana non lo ha mai praticato in modo passivo; le nostre classi hanno sempre cercato un’integrazione interculturale, cioè un dialogo tra le culture e le lingue e non come le attuali indicazioni nazionali per il curricolo intendono assimilare gli stranieri alla nostra tradizione culturale e sociale. Bisogna dunque intendersi in che modo e in quali tempi si può pervenire ad un risultato, magari rilevato in modo adeguato da una valutazione esterna, che veda italiani e stranieri compiere passi verso l’innovazione e la mondialità, e non pensare che ridurre tutto alla tradizione culturale italiana sia un modo per esorcizzare anche i maranza o i comportamenti devianti, che il nostro governo ha cercato di contrastare un po’ in tutti gli ambiti del sistema scolastico, con provvedimenti esclusivamente punitivi.

L’ennesima minaccia è rivolta ai genitori degli alunni stranieri per i quali potrebbe essere obbligatorio un corso di italiano, per spazzare via ogni residuo di lingua madre, che invece potrebbe essere utile anche per i giovani, in un’ottica di plurilinguismo. L’INVALSI ha infatti sancito che gli stranieri, pur mantenendo una difficoltà in italiano, che non si potrà sicuramente superare con una classe differenziale, sono più portati all’apprendimento della lingua inglese, proprio nell’ottica plurilinguistica, nella quale viaggiano sopra la media nazionale. Per gli adulti esistono già i CPIA, che la legge prevede per l’ottenimento del permesso di soggiorno, sui quali si potrebbe davvero fare un investimento sugli stranieri, collegando giovani e adulti.

Il titolare di viale Trastevere sostiene che il fallimento dell’integrazione dipende dalla concentrazione di alunni con scarse competenze linguistiche, che non sono certo soltanto gli stranieri, a guardare dai risultati nelle varie regioni, e che così si possono progressivamente giustificare classi di diverse “classi” sociali o con alunni fragili. Limitare il numero degli stranieri per classe è già stato praticato e non ha avuto successo; men che meno lo avrà oggi dove gli stessi neoarrivati in certe scuole costituiscono quasi il 60% della popolazione scolastica. Il ministro si appella a studi internazionali per sostenere che un’eccessiva concentrazione danneggia sia gli alunni stranieri che quelli nativi. Si vede che il ministero ha diverse fonti, in quanto nel 2014 un documento firmato dal ministro Carrozza diceva che l’integrazione nelle classi così dette equi-eterogenee era utile per la stessa internazionalizzazione del sistema, che oggi le stesse famiglie richiedono, magari con uno sforzo organizzativo che sfrutti il plurilinguismo presente nelle classi, oppure superare la costituzione del stesse con gruppi più flessibili magari anni diversi, cosa che avviene con esiti positivi nella scuola dell’infanzia. La classi-ghetto e la didattica rallentata sono slogan che ormai non appartengono più nemmeno ai genitori, ma rischi che si devono evitare dalle modalità di gestione degli stessi gruppi di alunni e docenti.

La scuola non è solo il luogo di trasmissione del sapere, precisa il ministro, ma il primo avamposto per la costituzione di una cittadinanza attiva e consapevole, fondata sul rispetto delle regole e della storia del Paese ospitante. Una situazione che guarda al passato, ma tra italiani e stranieri si deve lavorare insieme per preparare il futuro. Una scuola interculturale non getta le basi per la devianza di cui i cittadini si preoccupano, ma si impegna per quelle relazioni che costituiscono la pace sociale, che non hanno bisogno di decreti sulla sicurezza e di uno stato di polizia. Il problema però non può essere affrontato solo con la scuola, occorre tenere conto delle politiche abitative, delle periferie urbane dove di solito si concentrano gli immigrati; c’è una distribuzione irregolare della popolazione immigrata, mentre le risorse della scuola, quelle fondamentali di personale, non sono altrettanto flessibili. Con il progressivo calo demografico ci sarà un’ulteriore concentrazione di alunni stranieri che non potranno certo essere gestiti con le rigidità del nostro sistema scolastico; i fondi del PNRR sono terminati, adesso quello che è stato messo in opera tocca a noi mantenerlo con i necessari investimenti, senza ricorrere a mezzucci organizzativi che servono soltanto a creare conflitti all’interno delle scuole e con le famiglie.

Gian Carlo Sacchi