Sguardo, ascolto, parola, riconoscimento, relazione: così Piacenza ha attraversato il contemporaneo
‘Attraversiamo. Lasciare/Approdare’. Questo il titolo della quarta edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, che dal 24 al 27 settembre scorsi è tornato a trasformare Piacenza e i suoi luoghi culturali in spazi di riflessione e confronto collettivo; con esperti di profilo nazionale e internazionale nelle più varie discipline. “Dopo quattro anni il Festival non appartiene più a chi lo ha immaginato, ma è di tutta la città” – ha detto la sindaca Katia Tarascononi durante la cerimonia d’apertura ufficiale della manifestazione, promossa da Comune di Piacenza, Fondazione di Piacenza e Vigevano e Fondazione Teatri, in collaborazione con Regione Emilia-Romagna, Camera di Commercio dell’Emilia, Provincia e Diocesi di Piacenza – Bobbio.
A introdurre le sue parole, l’onda di energia delle danzatrici della compagnia Black Widow ha riempito la piazza. Ad accompagnarle Mario Magnelli, vicepresidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano e presidente del comitato promotore del Festival, insieme al curatore Alessandro Fusacchia. “Ogni fatto che accade in qualsiasi parte del mondo oggi ci riguarda – ha ricordato il curatore -. Dobbiamo perciò cercare di capire e immaginare la traiettoria dei fenomeni, ma l’unico modo per farlo è attraversare insieme il presente: con le sue contraddizioni, le incognite, i cambiamenti”. L’invito originario della rassegna a costruire pensiero ha quindi allargato ulteriormente le prospettive, inglobando le istanze delle edizioni precedenti. Dopo aver vissuto la meraviglia della scoperta, dopo aver svelato le nostre vite riconoscendo bellezza e fragilità, «attraversare» è il passo successivo. Ogni attraversamento espone, trasforma, schiude nuove possibilità. Ma per riuscire ad attraversare serve imparare a guardarsi intorno, tornare ad ascoltare l’altro e a dialogare. È così che la diversità viene riconosciuta come orizzonte da esplorare e smette di essere percepita un ostacolo da aggirare. Così si costruiscono relazioni che sono appigli e ancore in un presente difficile da navigare.
Sguardo, ascolto, parola, riconoscimento, relazione sono state allora le quattro direttrici con cui Piacenza ha attraversato il contemporaneo, a cominciare dal mondo giovanile. Interlocutori privilegiati dei concerti filosofici curati da Maura Gancitano e Andrea Colamedici – che stavolta hanno portato sul palco di Piazza Cavalli Mannarino, Vasco Brondi, Levante, e Rares – i giovani sono stati al centro di molti incontri della rassegna. Filosofi, scrittori, educatori psicoterapeuti, giornalisti, registi hanno attraversato il tema del sociale da più punti di vista, intrecciando dimensione dello sguardo e dell’ascolto. Fin dalla lectio dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, che quest’anno ha aperto la manifestazione, sono emersi ragazzi smarriti tra schermi e mancanza di empatia degli adulti. Ma anche affannati a trovare il loro spazio in un orizzonte che ha fatto della precarietà la sua bussola. Dai giovani ai dibatti sulla geopolitica il passaggio è stato naturale, con la fotografia di un’Europa che non riesce a dare risposte incisive in un panorama internazionale dove ormai sembrano dominare i rapporti di forza, e in cui il mondo tracciato da qualcuno non è quello vissuto da qualcun altro. A rivelarsi fragili sono quindi le democrazie, presidi da difendere ma soprattutto da ripensare per migliorare la quotidianità dei cittadini. Tra gli altri, ne hanno parlato gli economisti Fabrizio Barca ed Elsa Fornero, ma anche il giornalista Francesco Costa in “Come se ne esce” (Mondadori): suo ultimo libro sull’America a cui è stato dedicato un panel del Festival.
Attraversamento dirompente quello della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, altro filo rosso della manifestazione. Fusione sempre più sottile tra corpi e media; pericolo di controllo delle aziende tecnologiche attraverso una registrazione sempre più invasiva dei nostri dati quotidiani; ricerca di equilibro tra capitale digitale e valore umano; promessa di alleati digitali nel ruolo di fidati assistenti personali; necessità di riappropriarsi della relazione con l’ambiente circostante e del conflitto con il reale. Così scienziati, esperti di dati, artisti e ricercatori hanno descritto le sfide di una rivoluzione già in atto e in continua accelerazione, pronta a plasmare il futuro. Il bisogno di raccontare ed essere narrati diventa perciò un atto di riconoscimento di sé e dell’altro, come presenze che abitano uno spazio. Attraversare per superare confini, per connettere arti e scienza, ma anche per portare alla luce figure femminili che hanno segnato letteratura, storia e pensiero; oscurate da secoli di cultura patriarcale. Ospiti della rassegna, la filosofa Francesca Recchia Luciani, lo scrittore Johnny L. Bertolio, le autrici Dacia Maraini e Serena Dandini lo hanno fatto a partire dai loro ultimi libri.
Circa 60 incontri e 130 ospiti, 23mila presenze e 585mila persone raggiunte sul web e sui social. Sono le cifre della quarta edizione del Festival del Pensare Contemporaneo, che quest’anno ha scelto di ridurre del 25% gli eventi per privilegiare l’approfondimento dei temi. Conferito a Jimmy Wales il Premio Internazionale “Pensare Contemporaneo” 2026, durante la cerimonia di chiusura di domenica pomeriggio a Palazzo Gotico. Fondatore di Wikipedia, l’enciclopedia libera più nota nel mondo, Wales e la sua community sono simbolo di conoscenza aperta, multiculturale, condivisa e gratuita, dove all’arroganza si continua a preferire la gentilezza.
In attesa della prossima edizione prevista nel settembre 2027, Il Festival ha già ruolo di volano per la selezione di Piacenza a capitale europea della cultura 2033. Sarebbe auspicabile che da qui ad allora venisse costruito un percorso di partecipazione concreto e continuativo rivolto a tutta la cittadinanza, per arrivare insieme a quel traguardo. Camminare insieme per provare a migliorare la città. Più spazi pubblici dove i giovani possano stare insieme senza l’obbligo di consumare, una mancanza trasversale in molte città italiane emersa con forza nel corso della kermesse. Luoghi di disconnessione, non come pratica imposta dall’alto ma coltivata attraverso attività capaci di coinvolgere, unire, intercettare linguaggi e disagi senza giudizi. Esperienze di co – housing tra giovani e anziani, con possibilità di risparmio energetico ed economico, ma soprattutto di scambio intergenerazionale: rimedio alla solitudine e opportunità di mettere in circolo competenze e vissuti tra due mondi diversi, che provano ad incontrarsi. Alloggi a basso costo nei tanti spazi sfitti di Piacenza per favorire gli studenti fuori sede, protagonisti del Festival insieme ai loro colleghi piacentini e ai docenti. O a supporto di tanti che oggi faticano a sostenere le spese di un’abitazione. Iniziative troppo spesso delegate ad associazionismo, enti privati o terzo settore, queste sono solo alcune tracce di un percorso ancora da attraversare, che ha bisogno dell’impegno di tutti.
Micaela Ghisoni


