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14 aprile 2015
"Piacenza Misteriosa": Il labirinto perduto della cripta di San Savino
14 aprile 2015
Mosaico della Cripta di San Savino
Giovedì 16 aprile alle ore 21 il Caffè letterario Melville di San Nicolò ospita la presentazione di “Piacenza misteriosa. Guida ai castelli infestati, alle vicende inspiegabili e agli altri enigmi del territorio“. A cura di Paola Cerri, Gabriele Dadati e Barbara Tagliaferri, il libro prodotto dalle Officine Gutenberg parla di tanti luoghi di Piacenza e provincia, ricchi di fascino, storie e misteri. Ecco una breve anticipazione

Il labirinto perduto della cripta di San Savino

Una struttura così ricca e complessa, che presenta una serie di decorazioni musive costellate di figure allegoriche, ha offerto agli studiosi varie chiavi di lettura. C’è chi ha voluto vedere collegati simboli e allegorie in un vero e proprio programma iconografico che racconta l’evoluzione della vita umana paragonata alla Grande Opera Alchemica.

Prima di scendere nella cripta, il luogo più denso di suggestioni, si trovano le sculture di due leoni, uno a destra e uno a sinistra, posti a guardia di un tesoro misterioso. Accanto a loro c’è un’asta a forma di serpente e, sopra la balaustra che separa il presbiterio dall’ambiente ipogeo, un fregio costituito da lastre di marmo istoriate con motivi tipici dell’arte irlandese d’origine celtica, ripresi in epoca alto- medievale. All’interno di un rosone c’è quello che può essere riconosciuto come un “fiore della vita”. Il mosaico della cripta, letto dal punto di vista simbolico ed ermetico, presenta numerosi soggetti esoterici, tra i quali un tempo doveva esserci anche un labirinto, oggi perduto. Risaliva al XII secolo e a esso era legato un motto dal valore oscuro che metteva in guardia i fedeli prospettando loro una visione negativa del mondo: largo per chi entra, ma stretto per chi tenta di liberarsi dai vizi per uscirne. Una specie di itinerario iniziatico.

La presenza di un labirinto sulla direttrice della via Francigena, che corrisponde all’attuale via Roma, avvalora l’ipotesi di un percorso preciso in cui questi supporti filosofico-ermetici venivano collocati e trasposti in chiave cristiana come rappresentazione iconografica dell’espiazione dei peccati e della redenzione. Ma il labirinto è una figura che compare di frequente anche nei manoscritti alchemici come emblema dell’intero lavoro dell’Opera, con le sue due maggiori difficoltà: quella della strada da seguire per raggiungere il “centro” e l’altra, quella della strada che l’alchimista deve percorrere per uscirne. Il pavimento corrisponde a un calendario annuale perpetuo in cui i mesi rappresentano le operazioni umane da compiersi nel corso delle stagioni. Dei dodici originari se ne distinguono chiaramente soltanto nove e si nota che un tempo alcuni personaggi dovevano essere policromi, poiché restano tracce residue di colore sulla loro carnagione. Il grande mosaico è compreso in un quadrato che per tre lati ha una cornice geometrica e lungo un lato alcune scene di scontri tra cavalieri e una dama con l’unicorno.

Il valore letterale dei mesi, come quello dello Zodiaco, spesso presenti nei programmi iconografici di chiese e cattedrali medievali, va di pari passo con quello simbolico: dietro le semplici attività umane che i mesi propongono e che chiunque poteva anche allora distinguere e comprendere, si nasconderebbe secondo alcuni l’evoluzione della Grande Opera Alchemica. Sarebbe opportuno associare ai mesi le feste religiose e le tradizioni che ancora oggi vi si svolgono, perché testimoniano la prosecuzione di quella tradizione che tramanda il sapere, anche se molti non ne distinguono più l’origine e il vero significato. I mesi sono ritratti in clipei circolari, disposti su un fondale marino a onde, popolato di pesci che alludono alla Chiesa di Cristo. Ci sono anche un Tritone e una Sirena, figure mitologiche metà essere umano e metà pesce.

Entrambi hanno una valenza ermetica, oltre che letteraria, che riconduce all’unione alchemica tra zolfo e mercurio. Se per i Cristiani il pesce era simbolo di Cristo, per gli alchimisti è il geroglifico della pietra filosofale al suo primo stato, perché la pietra, come il pesce, nasce dall’acqua e vive nell’acqua. Proseguendo nella lettura esoterica delle raffigurazioni dei mesi e dei segni zodiacali non è difficile rintracciare rappresentazioni degli elementi chimici e del fuoco purificatore, oltre che dell’acqua come sorgente primigenia, anche se può essere faticoso per i profani seguire il filo che i maestri comacini avrebbero secondo alcuni tracciato celandolo tra i simboli cristiani. Anche la chiesa superiore offre una ricca simbologia, soprattutto la navata centrale fiancheggiata da numerose colonne e pilastri sui cui capitelli, sempre opera delle maestranze medievali, si ammira un vasto repertorio di figure zoomorfe, antropomorfe e mostruose, assieme a nastri intrecciati.

Nella zona dell’altare è situato un tappeto musivo di grande bellezza, formato da tessere bianche e nere e racchiuso in un rettangolo. Al centro c’è un doppio cerchio inscritto in un quadrato e tutto è sostenuto da un telamone che sembra reggerne il peso, mentre al centro c’è un uomo barbuto, abbigliato riccamente, seduto su un trono. Regge nella mano destra il Sole e nella sinistra la Luna e intorno a lui c’è una sequenza di animali fantastici, soprattutto grifoni e felini. Attaccate al cerchio più esterno vi sono quattro figure umane che sembrano in movimento, come se stessero muovendo il cerchio, che diventa una sorta di Ruota. Si tratta delle cosiddette Ruote della Fortuna o del Tempo, spesso presenti nell’iconografia medievale. Il Re seduto sul trono sarebbe il signore del Tempo, che governa la Luce e le Tenebre, il Cosmo intero. Immutabile in eterno è il perno al centro del mondo, che ruota attorno a lui. In chiave ermetica vi si rintracciano tutti gli aspetti simbolici dell’Alchimia: Sole e Luna, cioè le due “Nature”, l’elemento fisso (i felini) e quello volatile (i grifoni) e il Fuoco di Ruota, necessario per compiere le operazioni e portare a termine la Grande Opera. A destra di questa raffigurazione ce n’è un’altra molto interessante, divisa in due registri: in quello superiore si vedono due personaggi, uno sul trono (Rex) e l’altro inginocchiato di fronte a lui che rivolge l’attenzione e il dito verso un libro aperto su cui è scritto Lex, mentre sopra c’è la scritta Iudex. Nel registro inferiore c’è la bellissima immagine di una scacchiera, anche questa non estranea all’iconografia delle basiliche medievali, ma solitamente incassata all’esterno o sulle pareti interne in verticale.

Dietro l’apparente significato di gioco di pedine, gli scacchi nascondono una valenza esoterica. In San Savino questa assume aspetti molto interessanti sia per la posizione, proprio sotto l’altare, sia per l’accuratezza dell’esecuzione, la presenza dei pezzi sul tavoliere e la naturalezza della scena, mentre tutta la raffigurazione dà l’impressione di una partita eternamente disputata. Uno dei giocatori è visibile ed è raffigurato seduto da un lato su un lussuoso sedile, mentre l’altro è abraso: si vede solo un braccio, il destro, che entra nella scena rimanendo misterioso. Forse i due mosaici e il labirinto perduto, nel loro insieme, furono realizzati in un programma organico e la decifrazione prevedeva entrambi. Probabilmente, proprio il labirinto era la chiave che rendeva comprensibile tutto il messaggio e senza di esso il mistero persiste e anche le ipotesi più azzardate non trovano modo di radicarsi.
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