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06 dicembre 2017
Bobbio e i Pugni in tasca: “Famiglia, maledetta famiglia!”
06 dicembre 2017
un sequenza da "I pugni in tasca"
Marco Bellocchio
Che si possa costruire e far passare attraverso il foro del collo di una bottiglia un modellino di nave, completo di vele spiegate e alberi, è qualcosa che stupisce e richiede grande cura e amore per il dettaglio.

"Nave in bottiglia" è il titolo della nuova rubrica che su PiacenzaSera.it curerà Mauro Molinaroli, con lo stesso amore per i ricordi.

Ecco la seconda puntata.

Marco Bellocchio, Bobbio e i Pugni in tasca: “Famiglia, maledetta famiglia!”
 

Bobbio era fredda, in quel grigio gennaio del 1965, un gennaio di neve e di brina e di notizie piccole, evanescenti, senza mordente. Era fredda per la temperatura rigida, anche troppo. Ed era fredda e curiosa nei confronti di quel ragazzo schivo, pieno di talento, inquieto e vincente che viveva a Roma, viveva di cinema. 

Marco Bellocchio - pallido, bruno, arrabbiato - aveva deciso di girare il suo primo film proprio lì, in quella Bobbio che era una metafora della provincia italiana e che forse in quel periodo non sentiva completamente sua.

Quel film era I pugni in tasca e sarebbe diventato lo straordinario punto di partenza di una carriera senza eguali, il grimaldello di una love story con il cinema poeticamente altalenante, ma di inarrivabile coerenza.

Fino a quel momento Bellocchio aveva girato in Valtrebbia due tesi per il Centro sperimentale di cinematografia, due lavori dedicati ai cimiteri e ai bambini che contenevano già tutte le caratteristiche del Bellocchio più maturo, sospeso tra spregiudicatezza espressiva e grande tensione emotiva.

Ma stavolta non era una piccola prova, un cortometraggio, un esercizio di stile. 

Stavolta si trattava di un film vero, completo, che parlava sì di Bobbio, ma soprattutto della provincia maledetta e ostile dalla quale ogni giovane vorrebbe andarsene e della rabbia dei ragazzi usciti come proiettili dagli anni Cinquanta, dei tanti giovani Holden che volevano cambiare il mondo e la loro vita.

Cinecittà si spostava sul Ponte Gobbo, bellissima architettura romana che d’estate fa sognare: puoi specchiarti nelle acque del Trebbia con la luna che si fa magia. E la curiosità in quei quattro mesi di riprese fu forte, sana, intelligente, senza eccessi.

Gli interpreti del film erano Paola Pitagora, Marino Masè, Lou Castel (vero e proprio alter ego del regista), Liliana Gerace, la scozzese Jeannie MacNeill, oltre a Gianni Schicchi, Pier Luigi Troglio (che con Bellocchio avrebbe poi girato altri tre film, La Cina è vicina, In nome del padre e Marcia trionfale) e Mauro Martini.

La troupe alloggiava all’albergo “Piacentino”. Dicono si facesse vita ritirata. A fine febbraio fecero visita sul set anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi, incuriositi dalla personalità di Bellocchio e amici della Pitagora e della MacNeill. Il film fu terminato il 30 aprile, ma già se ne parlava.

I giornalisti salirono a Bobbio cercando di capire quella vicenda di ribellione giovanile che anticipava il terremoto e le utopie del Sessantotto. Pier Paolo Pasolini l’avrebbe poi definita “un’opera in prosa che sfuma continuamente in espressioni poetiche. Un’opera in cui si esalta l’anormalità del vivere borghese contro le istituzioni”.


Mauro Molinaroli  
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