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L’omaggio al noir de “I segreti di Wind River”

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I SEGRETI DI WIND RIVER

USA-UK-CANADA 2017
111 min
gen: thriller-noir
regia di Taylor Sheridan
cast: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Graham Greene, Hugh Dillon, Gil Birmingham, Kelsey Chow, Martin Sensmeier, Althea Sam, Julia Jones, Teo Briones, Tantoo Cardinal, Jon Bernthal, James Jordan, Matthew Del Negro, Austin Grant, Ian Bohen, Eric Lange, Tyler Laracca, Gerald Tokala Clifford.
fotografia: Ben Richardson.

Wyoming, riserva indiana di Wind River.

Cory Lambert ricopre il ruolo di agente addetto al controllo della fauna selvatica.
Un giorno scopre nella neve il corpo senza vita di una diciottenne.
L’agente federale in erba Jane Banner viene destinata alla volta del freddo Wyoming per investigare su quanto accaduto.

Come ogni thriller-noir degno di questo nome anche “I segreti di Wind River” si ispira a qualcosa (o qualcuno) che a sua volta si è ispirato a qualcosa (o qualcuno) ben venga, stiamo a vedere.

Chi ha detto che frugare un pochino nel giardino del passato sia necessariamente un male? Una scorciatoia, un modo per evitare o tentare di evitare uno scivolone strappa risate sin dalla prima sequenza.

Non è detto che un film senza pretese come questo difetti di credibilità, tensione e punti di forza.

Anzi, non sarebbe la prima volta che un film trainato da una propaganda fiacca e demotivata, con “scarso” afflusso di pubblico e nel mirino di una critica schierata in due fazioni nelle quali non c’è posto per un indulgente via di mezzo diciamo così, desti interesse.

Penoso vs bellissimo

Bersaglio centrato in pieno, esempio lampante del – a me e’ piaciuto – a me non e’ piaciuto – e ho detto tutto, o quasi.

Gli ingredienti ci sono: location, cadavere (i) e musiche, fotografia e ottime interpretazioni.

Genio, cuore, calore e ispirazione ?

In quanto a cuore e calore Taylor Sheridan mette da subito le carte in tavola e con esse anche i suoi sentimenti e le non poche fatiche delle quali ha dovuto farsi carico dal primo giorno di riprese fino all’ultimo.

C’è del buono.

La passione ardente per la settima arte, la voglia di far bene. La scelta degli attori i quali (ha visto giusto) devono essere abbastanza attuali e conosciuti al grande pubblico ma nemmeno troppo giovani sicché qualcuno potrebbe arricciare il naso.

Nel mondo della settima arte la credibilità del personaggio è il 98% del film nel senso che nemmeno il più sapiente, navigato, zelante e professionale dei registi basterebbe a salvare la baracca se a monte di un’opera anche costosa, in termini di costumi, computer grafica, ricostruzione storica e chi più ne ha più ne metta, vi fossero una sceneggiatura inverosimile e degli interpreti quanto mai fuori ruolo.

Non perché sia stata scritta da un incapace ma perché proprio non funziona, le tessere non combaciano, troppe porte restano aperte, vi è troppa carne al fuoco ed il finale è praticamente affidato alle mani dello spettatore come a dire: “Date a questi tot minuti di cinema il senso che credete più opportuno, interpretate questo film a libero piacere, vedete voi, in sostanza. La troupe e chi sta sopra di essa non ve ne vorrà qualunque sia il verdetto quando le luci in sala verranno riaccese”.

Non è il caso di questo film.

Il cuore c’è e il calore anche.

Il genio e l’ispirazione ?
L’ispirazione che motiva e giustifica l’esistenza di questo prodotto è un tributo al noir, né più né meno. Al thriller nero.

Questo è un thriller-noir “gelato” come vanno di moda adesso.

E’ un film dunque onesto e non è poca cosa, oggigiorno.

E’ un film che ha una sua identità ben precisa e non teme di essere smentito, non vuole adulare né impressionare né fare il verso a qualcuno in particolare.

Il film si mostra e parla ed è percepito, così com’è.

Fatti due conti, il punto focale, l’anima, l’essenza della pellicola, la sorgente dalla quale tutto si origina e prende forma funziona, e funziona bene.

Il film prosegue fluido anche per virtù del panorama stupendo.

l bianco del Wyoming messo in ulteriore risalto da un direttore della fotografia che conosce bene il proprio mestiere, il nerbo narrativo è teso quanto basta a tener vivo l’interesse (altra cosa fondamentale) specialmente in un thriller-noir, dialoghi di presa, e giù fino alla fine; un the end garbato, di buon gusto, di tocco educato.

Un lasciamoci, e speriamo di rivederci presto, è stato un piacere intrattenervi, per dirla in soldoni.

“Le immagini sono sempre parole e pensieri”. Diceva Ingmar Bergman.

Dietro alla macchina da presa sta un uomo che vuole parlare ad altri uomini, trasmettere qualcosa ad altri uomini e lo fa con i mezzi che ha e con i quali si sente più a suo agio – per il cineasta- neanche a dirlo è l’occhio della telecamera.

Uno scambio, io (regista) ti mostro un po’ del mio mondo e ti parlo e tu (spettatore) sei la spugna che assorbe il mio messaggio, lo raccoglie, ci medita e perché no alla fine di tutto – respinge- il mio messaggio con un semplice, diplomatico e liberissimo:

“No, non condivido il tuo pensiero”.
Cibarsi di cinema equivale a leggere parecchio e volentieri.

Leggiamo quindi questo film appassionato per le emozioni che ha da offrire e non sono poche.

Diamogli una chance di farsi apprezzare.
Premiato a Cannes: MIGLIOR REGIA.

Mi sono preso la libertà di scrivere miglior regia a caratteri più grandi poiché ci tengo molto a sollevare una questione interessante.
E’ questa: il buon cinema è monopolio esclusivo dei Martin Scorsese, Spielberg, dei Fratelli Coen, Pedro Almodóvar, Clint Eastwood, Alejandro González Iñárritu, registi di questo calibro ?

O c’è spazio anche per chi ha meno talento.

Ho riflettuto a lungo e dico che a mio parere e’ un film che merita di essere visto e gustato.

Gianmarco Groppelli

Giudizio *** 1/2

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