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“Nell’anno della pandemia noi abbiamo avuto l’incoraggiamento della vita”

“Abbiamo avuto paura: paura di non poter offrire un’assistenza adeguata, di ammalarci, o di far ammalare i nostri parenti o le pazienti. Noi però abbiamo avuto l’incoraggiamento della vita, delle nuove vite che abbiamo aiutato a far nascere”.

Renza Bonini, direttore Struttura Operativa Complessa Ostetricia e Ginecologia all’Ospedale di Piacenza, ripercorre così l’ultimo anno in reparto, mesi faticosi in cui tutta l’attività è stata ricalibrata per riuscire ad affrontare il virus, fatiche e timori ampiamente ricompensati dalla gioia della nascita di tanti bimbi e bimbe. “La vita – racconta – è stata più forte della pandemia. Nel corso dell’anno scorso non abbiamo avuto un calo significativi dei parti, ci siamo mantenuti su una media di 150 parti al mese. Chiaramente è stato un percorso molto difficile: inizialmente la nostra prima reazione, come operatori sanitari e ostetriche, è stata quella della paura. Avevamo paura di non poter prestare un’assistenza adeguata a quel momento, paura di ammalarci, paura di far ammalare le nostre famiglie, paura anche per le pazienti”.

“Con il covid, le donne in gravidanza hanno dovuto affrontare un’emozione ibrida – racconta la dottoressa Bonini -, da un lato la gioia del bambino che stava per venire alla luce, dall’altro i dubbi, le paure. Le domande per loro erano tante: dove andrò a partorire? Potrò continuare a fare gli esami che facevo prima? Dovrò essere in sala parto da sola, non avrò nessuno vicino? Non è stato facile per le donne essere incinta e per noi fare assistenza durante la pandemia. Diciamo che il covid ha tolto la dimensione corale della nascita, isolando le donne. La gravidanza nell’era del covid è stata anomala, solitaria. Vorrei sottolineare il lavoro fatto dalle ostetriche che hanno affrontato, vorrei sottolineare, il covid con grande resilienza. Hanno dato il massimo, a volte svolgendo anche attività non specifiche per la loro professione e rischiando di ammalarsi, rischiando la vita”.

“Nonostante la paura che abbiamo avuto, abbiamo continuato a sorridere. Sorridevamo con gli occhi, perché avevamo le mascherine. Abbiamo cercato di non far mai mancare supporto e assistenza anche quando all’inizio i dispositivi erano poche e le conoscenze erano nulle”. A differenza di altri colleghi, travolti da uno tsunami di malati e tante, troppe morti, in ostetricia “abbiamo avuto l’incoraggiamento della vita” dice la dottoressa Bonini.

Sono stati bambini speciali, quelli nati in quest’anno così doloroso? “Sì, sono bambini speciali. Sono bambini meravigliosi”.

IL SERVIZIO – Il reparto di ginecologia è stato fin dall’inizio della pandemia in prima linea, anche nell’affrontare emergenze e le incognite dettate dal virus. “Qui a Piacenza il 26 febbraio è nato il primo bimbo europeo da mamma covid positiva – ricorda la dottoressa Bonini -. Nel 2020 abbiamo avuto 75 parti di donne positive e solo con la prima abbiamo avuto la necessità di doverla trasferire al reparto infettivi,  le altre sono state tutte assistite e seguite da noi qui in ostetricia. Cosa ha significato assistere le partorienti durante il covid? Ha significato mettere tutto il percorso nascita in sicurezza, per la mamma e per il bambino, così come per il papà, continuando a far proseguire l’attività a Piacenza con la stessa intensità di sempre, garantendo delle misure di prevenzione, per contenere il rischio di contagio, continuando a garantire parti sicuri per la neomamma e creando sempre quella umanizzazione e quella coralità, anche se molto più contenuta, e empatia e partecipazione che l’evento nascita richiede”.

“Abbiamo dovuto creare dei percorsi strutturati per mettere in sicurezza sia la gravidanza che il percorso nascita, differenziati per la mamma positiva e non. E’ stata adattata una sala parto isolata per le positive e redatto protocolli specifici: prima dell’accesso della mamma in reparto viene valutata temperatura, eseguita l’anamnesi e effettuato un tampone; se il ricovero è programmato, il tampone viene fatto 48 ore prima o al momento del parto se non è programmato. Per garantire la presenza dei papà o di una persona gradita alla partoriente si ricorre anche in questo caso al tampone. Se è negativo, potrà assistere al travaglio con la mamma e di accedere in reparto nei giorni successivi con ingressi scaglionati, per evitare assembramenti, per le visite. Se invece l’esito del tampone è positivo si va in isolamento”.

“I neonati figli di mamma covid positiva sono sottoposti a tampone, ma possiamo rassicurare che avere il covid in gravidanza non ha effetti negativi. Sembra scongiurato passaggio ‘verticale’ del virus ai bambini, il covid non è stato isolato né nel sangue della placenta, né nel liquido amniotico, né nel latte materno, così come la modalità del parto non è fonte di contagio per i piccoli. Se la mamma, nonostante sia positiva, è in buone condizioni di salute, può tenere con sé il bambino dopo la nascita in ospedale, lo può allattare al seno, con tutte le precauzioni del caso, ossia mascherina e igiene delle mani”.

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